Di notte avevo faticato ad addormentarmi e mi ero già alzato un paio di volte. Mi ero laureato da un mese e ancora non avevo fatto nemmeno un colloquio. Cominciavo a pensare che non avrei mai trovato lavoro e che presto i miei avrebbero chiuso i rubinetti e avrei dovuto lasciare quell’appartamento, tornare in casa loro dopo cinque anni lontano, con tutto il paese a ridermi dietro. Quando finalmente sprofondai nel sonno, verso il mattino, fui svegliato poco dopo da delle urla sulle scale.
«Ha stato l’adeguamento elettrico! L’avevo detto che era un’inculata, tutti pecoroni siete!» A urlare era il vecchio Ruggero, del settimo, e la sua voce da venditore di pesce arrivava fino al mio piano, il secondo. Alcune settimane prima c’era stata una riunione, bisognava decidersi ad assumere un elettricista per fare degli adeguamenti di legge al quadro elettrico. Ruggero e una signora del quinto erano stati gli unici a protestare, dicevano che erano soldi spesi inutilmente e che tutto funzionava già benissimo così com’era. Il giorno prima il tecnico era venuto e ora gli ascensori non andavano più. Ruggero e altri vecchi rimasero bloccati nelle loro case, senza poter uscire. Volevo bene a Ruggero, era anche lui originario della provincia di Benevento, e quando ero arrivato nel palazzo mi aveva preso in simpatia e ogni tanto mi portava un piatto di pasta coi fagioli, o un pezzo di torrone. Salii da lui e gli dissi che potevamo chiamare insieme il tecnico per fissare un appuntamento il prima possibile. «Tomma’, quello non verrà prima di un mese». Aveva ragione. Non rispondeva al telefono, e quando lo fece ci disse che aveva molti impegni, sarebbe passato entro tre settimane; intanto, bisognava trovare una soluzione per quel periodo. Ruggero e sua moglie Rosa erano arteriosclerotici e avevano delle piaghe alle gambe che non gli permettevano di fare le scale. Io, il giorno prima, avevo fatto scorte grazie a delle offerte e gli portai su un po’ della mia spesa. Non sarebbe bastata per tre settimane, ma promisi loro che sarei tornato. Avevo molto tempo libero, ed era un piacere impegnarne un po’ per aiutarli.
Quella sera mi addormentai subito, e avrei continuato a dormire fino a tardi se il giorno dopo non fossi stato di nuovo svegliato da una voce sulle scale, questa volta femminile e molto più pacata di quella forte e dura di Ruggero. «Ho finito la pasta, qualcuno mi porti giù, vi prego». Era la signora Erminia, del quinto piano. Anche lei era bloccata, non si era mai sposata e non aveva parenti che potessero aiutarla. Come lei, si scoprirono esserci molti altri che non potevano muoversi di casa, dal terzo piano in su; in tutto, una ventina di vecchi. Da solo non potevo occuparmi di tutti, così decisi di fare un tentativo. Sapevo che nel palazzo, al terzo piano, c’erano due studenti universitari, Remo e Dalila. Dalila faceva la volontaria sulle ambulanze, e accettò subito. Remo era titubante, diceva che aveva degli esami importanti da preparare, gli sarebbe piaciuto ma proprio non aveva tempo. Quando gli dissi che sicuramente avrebbe ricevuto delle mance, accettò anche lui.
Eravamo occupati tutto il giorno. Io seguivo Ruggero, Rosa, e altri anziani del settimo e del sesto. Remo si occupava del quinto e del quarto piano, e Dalila del terzo piano e di una signora del secondo che non riusciva a fare nemmeno due piani di scale.
La mattina passavamo a riscuotere gli anticipi per la spesa, poi andavamo insieme al supermercato e ognuno faceva compere per i suoi assistiti. Dalila era entusiasta di quel lavoro, mentre Remo era più svogliato ma dopo la prima settimana, quando fece il conto di quante mance aveva ricevuto, si propose lui stesso di ottimizzare il sistema. Perdevamo un sacco di tempo a dividere le spese mentre eravamo al supermercato, così Remo progettò un cambiamento: compravamo tutto insieme, poi ci mettevamo nel suo appartamento a dividere gli acquisti e fare i conti. Nel primo pomeriggio passavamo alla distribuzione; spesso i nostri assistiti ci fermavano per due chiacchiere, ci offrivano un caffè, e ora che finivamo era già sera.
Ruggero era entusiasta, e una volta mi disse: «Tomma’, lo sapevo che avevi la testa dritta ma mi hai sorpreso proprio. Ti sei fatto un lavoro con le tue mani». Quelle parole mi colsero un po’ di sorpresa: «Un lavoro?»
Lui mi aveva guardato con un sorriso furbo: «Tomma’, non fare l’ingenuo. Non ci sta niente di male, anzi, hai inventato una bella cosa».
«Sono state delle belle settimane, ma tra poco arriverà il tecnico a sistemare questo casino».
«Il tecnico se non lo richiami si è dimenticato pure che esisti. E non c’hai ragione di chiamarlo, dai retta a me. Stiamo tutti meglio, noi vecchi siamo più sistemati e ci fa pure piacere scambiare due paroline con voi giovani».
Ruggero aveva ragione. Il lavoro andò avanti e senza che ce ne accorgessimo passarono i mesi. Remo fu il primo ad abbandonare l’università. Il lavoro ci impegnava tutto il giorno, non riusciva a portare avanti anche lo studio. E si guadagnava bene. Dalila resistette un po’ di più, ma alla fine anche lei lasciò università e volontariato. Le piaceva poter essere indipendente, e perdipiù aiutando le persone. Il lavoro ci assorbiva tutta la giornata, tanto che non avevamo un momento di pausa. Decidemmo di farci arrivare la spesa direttamente a casa, così la mattina, tra la raccolta dei soldi e lo smistamento, avevamo un paio d’ore tutte per noi. La voce si sparse nel palazzo. Tutti sapevano che noi tre ci eravamo fatti un lavoro, e che ormai non uscivamo quasi più da lì. Alcuni ne erano divertiti, altri avrebbero voluto unirsi a noi.
Un giorno venne a bussare alla mia porta un signore del terzo piano, sui quarant’anni. L’avevo incrociato un paio di volte, di lui sapevo solo che viveva con la figlia piccola. Era venuto per un lavoro. Lo guardai imbarazzato, non sapevo che dirgli: io, Remo e Dalila bastavamo, non ci serviva nessun altro. Ma prima che potessi rispondergli, indovinando i miei pensieri mi disse: «Tommaso, io non voglio togliere il mestiere a nessuno. Piuttosto voglio aiutarvi: sai che nel retro del cortile ho un orticello. Mi da molta verdura e io non so che farmene. In casa siamo solo io e la piccola, butto via un sacco di roba. Posso farvi un buon prezzo».
Così cominciammo a comprare frutta e verdura da lui, era più buona e costava meno.
Con il lavoro, io e Dalila ci eravamo avvicinati. Cenavamo spesso tutti e tre a casa mia. Una sera che Remo era ammalato rimanemmo soli, e finalmente accadde. Abitavamo già nello stesso palazzo, ci venne naturale di lì a poco iniziare a convivere. Il suo appartamento era proprio sopra il mio, così per avere più spazio decidemmo di unire le nostre case. Tra risatine, sorrisi e malizia, la notizia della nostra unione circolò tra i vecchi, che misero per noi una buona parola. Venne a bussare alla mia porta un ragazzone del quinto piano, mi disse che poteva occuparsi lui dell’unione degli appartamenti. Ci costruì una scala, e il lavoro fu così ben fatto che gli proponemmo di unirsi alla nostra impresa. Molti vecchi avevano dei lavoretti da fargli fare, così divenne il nostro muratore di fiducia.
Tra noi che ci occupavamo delle spese, Berto dell’orto e Luigi delle riparazioni, nel condominio c’era sempre un gran via vai. Gli altri inquilini cominciarono a guardarci con curiosità. Quando la mattina lasciavano le loro case per dirigersi all’esterno, a passare ore schiacciati sui mezzi o intrappolati nel traffico, ci osservavano con invidia. Decidemmo allora di mettere una bacheca all’ingresso delle scale: i nostri assistiti invecchiavano, c’era bisogno di altre persone per aiutarli e i prezzi fuori aumentavano sempre più, se qualcuno voleva proporci suoi prodotti noi saremmo stati più che contenti. Io e Dalila avevamo messo su famiglia e avevamo bisogno di qualcuno che badasse ai figli mentre noi lavoravamo su e giù tra i piani del palazzo. Una mattina, però, trovammo gli annunci strappati, qualcuno doveva avercela con noi e quindi lasciammo perdere; per il momento potevamo cavarcela.

Un giorno, stavo consegnandogli la spesa, Ruggero mi chiese di entrare e di sedermi. Era un po’ che non mi fermavo da lui, ultimamente c’era molto da fare. «Tomma’ – disse –, le cattive voci corrono più di quelle buone. La signora Erminia è venuta ieri a parlare con me e Rosa. Dice che Remo le chiede più soldi del solito, e non è l’unica».
La sera eravamo a tavola insieme, io, Dalila, i nostri figli e Remo. Ero taciturno e fu lui a chiedermi cosa avessi. Io gli dissi tutto a bruciapelo, non riuscivo a tenermelo dentro. Lui, che aveva sempre la risposta pronta, tentennò.
«Ma che dici, sul serio?»
«Dimmi che non l’hai fatto»
«Ci conosciamo da una vita, Tommaso. Non avresti nemmeno dovuto chiedermelo. Mentre tu ti godi la tua famigliola, io sgobbo tutto il giorno. Ho dato i miei anni migliori a questo posto, Cristo. E adesso ti sei messo anche in testa di coinvolgere altra gente. Già li dobbiamo dividere in troppi, i guadagni».
La mattina dopo il suo appartamento era vuoto. Io e Dalila fummo invasi dalla tristezza, ma avevamo anche altri problemi. Eravamo rimasti senza il terzo del nostro trio. I lavori erano rallentati. La spesa arrivava, Berto ci portava le verdure, Luigi ci chiedeva ordini sul da farsi, e noi eravamo solo due. Rimettemmo degli annunci giù, all’ingresso. Questa volta nessuno li strappò.
Ogni giorno alla nostra porta prese a bussare qualcuno in cerca di un’occasione. Trovammo una balia per i bambini, e anche un insegnante di matematica e uno di italiano. In giro cominciarono a esserci sempre più creature, Berto si era risposato, Luigi aveva messo su famiglia e altra gente era venuta, e così trovarono lavoro molti altri maestri e professori. Altri si occupavano di assistere i vecchi, e una signora del quinto, che tutti chiamavamo Zia Katia, si mise a distillare in cantina una grappa ricavata dagli scarti agricoli di Berto. Al terzo piano dei ragazzi aprirono un bar, e al sesto una giovane donna e il suo compagno una discoteca.
C’era molto da lavorare, e alla sera, quando ci si incontrava sui terrazzini dei pianerottoli o al terzo, al bar Da Gino, si vedevano facce stanche ma sorridenti. Molti bambini che erano nati dopo l’adeguamento del quadro elettrico ormai erano grandicelli e cominciavano a chiedere come fossero nati. Noi gli si diceva la scusa più vecchia del mondo, che li aveva lasciati la cicogna sul tetto, ma loro non erano stupidi e andarono a controllare, scoprendo che sul tetto c’erano solo i panni stesi degli inquilini dell’ultimo piano. Vennero a chiederci delle spiegazioni, e a noialtri allora venne un’idea: sul tetto costruimmo un piccolo ospedale, che era l’unica cosa che ci mancava, così che davvero lì presero a nascere i figli del palazzo, che non ebbero più dubbi che la cicogna li lasciasse lì.
Visto il grande affollamento di dottoresse, chirurghi e infermieri, Ruggero ebbe l’idea di aprire una casa di cura al settimo piano, così che i malati più gravi fossero meglio assistiti. «Tomma’ – mi aveva detto – Rosa è già morta e anch’io sento che non mi manca tanto. Quando sarò concime per l’orto di Berto, voglio che questa diventi una casa di riposo, lo puoi fare?»
A me erano venute le lacrime agli occhi, ma lui mi aveva guardato con una faccia dura, e subito addolcendosi continuò a parlare: «All’inizio ha stato l’adeguamento elettrico, ma tutto questo l’avete fatto con le mani vostre, e bene l’avete fatto. Stai accorto, Tomma’». Morì dopo qualche mese, al funerale in cortile c’era tutto il palazzo. Onorammo le sue volontà, e il suo appartamento divenne una casa di cura. La direzione la presero in mano mia figlia e il figlio maggiore di Berto, che erano stati formati dalla Lisa del quinto piano come medici.
Ormai, da diverso tempo, io e Dalila non lavoriamo più. A volte, quando arriva la sera, mi piace scendere in cortile, trovarmi una panchina libera e sedermi lì a guardare il palazzo. Se si è fortunati, gli ultimi raggi di luce colpiscono le vetrate sui terrazzini del lato destro, e passano indisturbati fino all’uscita dai terrazzini del lato sinistro, proseguendo la loro corsa verso i campi in lontananza, verso altre case. Da tutte le finestre cominciano ad accendersi le luci e la brezza della sera porta fino al cortile il profumo dei soffritti, delle minestre, il rumore dei piatti e delle posate che vengono disposti in tavola. Il vento porta anche strascichi di parole, risate, e ogni tanto dei pianti e delle grida. Da Gino arrivano schiamazzi di ubriachi, dalla discoteca echi delle prime musiche.
Delle volte, qualche curioso si ferma fuori dall’enorme cancello in ghisa, che da molti anni non viene aperto se non per occasioni speciali. Il curioso è attirato chissà da cosa; dalle risate forse, o dal gioco delle luci, o dalle voci più assurde che girano sul nostro palazzo. Accade che degli avventori abbiano intenzioni serie, e con sguardo fermo ci chiedono se possono entrare. Noi allora sorridiamo, apriamo il portone e quelli entrano contenti. Altre volte si avvicinano al cancello e stanno in silenzio. Uno di noi gli chiede se serve qualcosa, ma quelli buttano gli occhi per terra, timidamente scuotono la testa, o dicono di essersi sbagliati, e se ne vanno con passo incerto.
Christian Mella (2000) vive in provincia di Milano e lavora da Milano a Roma, passando per Perugia e Torino. Lavora come driver in tutta Italia; nel frattempo insegna lettere e storia in una scuola superiore. Nel 2024 è arrivato tra i finalisti di IncipitOffresi. Suoi racconti sono apparsi sulle riviste Poetarum Silva, Il Calvario e Albori Letterari, e nel 2026 ha fatto parte della redazione del Testone! a Testo Firenze. Sempre nel 2026, ha vinto il premio Radici Urbane con il racconto Anima. Nel fine settimana cucina degli spaghetti alle acciughe dalla ricetta segretissima.
Papier à motif répétitif, Jacquemart et Bénard (Paris), 1799. Bibliothèque nationale de France.
