Ogni mattina dieci chilometri di corsa, quando è freddo, quando è caldo. Circuiti conosciuti, già sperimentati, in cui non guardi nemmeno dove stai andando. Corri, respiri e corri; sudi, scarichi la mente e le spalle; corri senza pensare, concentrato solo su te stesso; corri sicuro di arrivare. Poi un amico ti parla di un sentiero nuovo, sterrato gentile, niente pietrisco grossolano ma terra battuta – caviglie protette –, scavalca la dorsale dei Peloritani con un paio di tornanti – tosti sì, ma ce la puoi fare –, e si affaccia sul Tirreno, le isole, che se l’aria è tersa vedi Stromboli.
E tu ti incuriosisci. Però, quei tornanti? Perché rischiare? Perché no? A che serve allora allenarsi? Chiedi più informazioni, guardi sulla cartina topografica, osservi la progressione delle isoipse ma ti affidi a Gaia Gps per calcolare l’esatto dislivello.
Una mattina decidi di azzardare, ti porti una riserva d’acqua in più e aggiungi un pugno di mandorle a quelle che già hai nel gilet da trail running. La macchina all’ombra di un castagno, indossi le Hoka, la visiera, un po’ di riscaldamento e parti. Dapprima lento per saggiare il terreno, adattare la falcata, la sua intensità, bilanciare la spinta, trovare l’equilibrio. Te l’avevano descritto come sentiero ma è una carrabile non asfaltata che taglia una pineta. Superi il vecchio sanatorio, l’indicazione per uno dei forti in gestione agli scout, una serra, poi di nuovo la pineta fitta. Respiri profumo di resina, gli aghi di pino si infilano tra le rughe delle suole, ne occupano lo spazio per un paio di metri poi lasciano il posto a frammenti di pigne e schegge di corteccia.
Corri su un percorso sconosciuto ma dopo un po’ trovi il tuo ritmo e fai scivolare lo sguardo intorno, mentre tra gli alberi si aprono scorci di mare e promontori. I tuoi passi sollevano polvere, fruscio di rami, battiti di ali. La pineta è viva e ti accetta, il tuo sudore è un lasciapassare sufficiente. Tra poco i tornanti, ma non hai da temere, sai come affrontarli: senza forzare, ascoltando le gambe, ragionando con la testa.
Hai fatto bene a provare, ti dici riempiendo gli occhi di colori sorprendenti e ombre rassicuranti. Hai fatto bene a cambiare: il nuovo è mistero ma anche stupore. Uno slargo e la strada diventa una piazza: un cancello è semi nascosto da un telo verde, sembra chiuso ma la recinzione metallica intorno è slabbrata in alcuni punti. Per il resto, cespugli di more e ginestra impediscono di vedere cosa c’è oltre. Non importa. Il percorso si rituffa nell’ombra. Senti la salita sui polpacci, sulle caviglie, abbassi il ritmo, riduci la falcata. La strada si sdoppia in due viottoli quasi uguali. Pensi a dove è il Tirreno, guardi il sole e ti dirigi verso Nord.
Ecco le isole, un assaggio incorniciato tra i rami, quanto basta per spingerti a continuare. Il dislivello aumenta velocemente, uno, due tornanti mentre la vegetazione si riduce. I colori ti accecano, il vento trova spazio tra le fronde, rimescola gli odori, trasporta pollini e pulviscolo. Deve essere proprio uno di questi granelli infinitesimali di materia a essere entrato nel tuo occhio. Fai l’errore di strofinarti la palpebra con le mani sudate, il bruciore ti impedisce di tenere un occhio aperto, entrambi gli occhi. Non puoi fermarti proprio sull’ultimo tornante – sì, l’ultimo, la pineta ormai ha ceduto il posto al cielo. Ti basta solo arrivare in cima poi potrai riposare e sciacquare il viso. Se ti fermi adesso potresti dover tornare indietro senza aver visto le isole, Stromboli.
Un ringhio alle tue spalle. La fatica pompa sangue nelle orecchie, altera l’udito. Un ringhio del tuo orgoglio che ti intima di portare a termine il percorso. Un ringhio che diventa dolore lacerante al polpaccio: un crampo, uno strappo muscolare, un tendine schizzato.
Un morso.
Un bolide bianco ti addenta la carne, la strappa, la stacca dall’osso per cibarsene come Cerbero affamato. Il terrore acuisce la voce, gridi sapendo che non c’è nessuno intorno, gridi sperando che qualcuno lì in alto si accorga che non è il tuo momento per morire. E più ti agiti più Cerbero si incattivisce, sente l’odore del sangue, si eccita gustandone il sapore ferroso. Non reagire, frapponi qualcosa tra te e lui, hai letto da qualche parte. Ma le tue mani sono vuote. Davvero nulla può impedire che la tua pelle e i muscoli e i nervi vengano sfilacciati e fatti a pezzi? E rotoli a terra e ti accartocci come un lombrico per proteggere gli organi vitali, il viso, il cuore. I denti di Cerbero non hanno tregua, cercano altra carne, attaccano il braccio, lo strattonano. Senti la spalla che si piega, si deforma e infine si spezza. Dicono che si può svenire per il dolore, e quasi lo desideri, non vuoi assistere alla tua fine.
Cerbero ti è addosso, sbava sulle ferite, respira affannato per l’agitazione, ne senti l’alito che puzza di carne cruda. Non scopri gli occhi, proteggi il collo, è lì che pulsa la vita. Ma la bestia non molla, impazzita ed esaltata dalla caccia. Allunghi appena una mano per cercare una pietra, un ramo, qualcosa con cui disorientarla, farle allentare la presa. Tasti la terra ma raccogli solo polvere e pietrisco. È sopra di te, ti domina completamente adesso. Ne senti il calore addosso, il suo cuore come un tamburo di guerra. Si prepara all’attacco finale.
Sei pronto a morire?
Un ringhio, più acuto. Un’altra delle teste di Cerbero? Quante sono in tutto? Il ringhio si allarga a un grido. Il grido diventa un comando urlato, secco, perentorio. Non è per te. La belva fa finta di non capire o non vuole cedere il potere, è troppo vicina alla vittoria. Il comando si moltiplica, si sdoppia pronunciato da due voci, si avvicina. Realtà o speranza? Senti Cerbero che tira il braccio, se deve mollare vuole un trofeo dell’impresa, un osso da rosicchiare nei momenti di noia.
Si può vivere senza un arto?
Le urla ti sono accanto, ti avvolgono come un mantello, ma non sembrano in grado di proteggerti. Poi silenzio, liquido caldo tra le cosce. Non controlli più nulla ormai.

C’è un momento, il tempo di un battito di ciglia, in cui senti che il vento soffia sulle tue guance, asciuga il sudore della corsa. È un frammento di felicità che subito annega nel bianco delle pareti, delle lenzuola, del gesso, delle bende, sopraffatto dall’aria stagnante di questa che ti rifiuti di considerare la tua stanza. In ospedale nulla ti appartiene, tutto è esposto, è pubblico, ogni cambiamento del corpo trascritto su grafici e tabelle.
Un carrello cigola in corridoio, è quello dei prelievi, il primo appuntamento della giornata, ne seguiranno altri, segnano il tempo come i rintocchi delle campane. Ma oggi non è per te, la tua porta rimane accostata.
Richiudi gli occhi, potresti dormire ancora un po’, magari per recuperare un altro frammento sereno. Ma il corpo non ti risponde, non ti ascolta, troppo impegnato a ricucire gli strappi della pelle, a rattoppare muscoli e ossa.
Devi avere pazienza, ti dicono, devi aspettare. Ma sei stato fortunato, sottolineano entusiasti, potevi morire.
Disteso sul letto, tra lenzuola che odorano di Lisoform e Betadine, rifletti che la morte ha tante forme, si dipana in molteplici trame. Cos’è la vita? Desiderio e immaginazione. E tu non sogni più.
Lo psicologo ti ha mostrato una foto del maremmano che ti ha attaccato: serve a razionalizzare, ha detto. Ma quel cane candido non è il tuo Cerbero, gli hai urlato, e avresti voluto alzarti e uscire dalla stanza, ma hai solo potuto lanciargli in faccia la foto con il braccio ancora buono; lui te l’ha piazzata di nuovo davanti e non ti ha dato il tempo di spostare lo sguardo dalle orecchie mozzate, dall’occhio cieco, dal muso deforme, dalle cicatrici sul collo e sulle zampe, guadagnate in un’arena di combattimenti clandestini.
Buk, ha continuato il terapeuta: dargli un nome serve a umanizzare. Ma tu hai bisogno di Cerbero, hai bisogno di ucciderlo tutte le notti, di finirlo a pietrate, di vendicare il tuo sangue che ha impregnato la terra. Capisci la sua rabbia e hai quasi paura di condividere la sua disperazione trasformata in ferocia.
Quell’immagine ce l’hai addosso, accatastata insieme agli altri pezzi di quella giornata, a quei minuti in cui hai creduto di non farcela. Hai mollato, hai respirato terra e sangue e pelo di cane e bava per chiudere i polmoni. Hai ceduto e te ne vergogni. Hai spento la luce e anche se il tuo corpo ancora vibra, pulsa e si agita, sei rimasto nel buio.
A cosa ti serve Buk? Anche lui è in riabilitazione per curare le ferite e imparare a stare al mondo.
In corridoio voci, saluti, porte che si aprono, chiavi che girano nelle serrature, passi, un cambio turno. C’è la vita fuori di qui che scivola fluida, che sembra averti dimenticato, bloccato in un tempo irreale, sospeso, dilatato come ferro incandescente. Vorresti mandare a fanculo tutti, il fisioterapista, lo psicologo, l’ortopedico, l’osteopata, l’infermiere, la signora delle pulizie, il ragazzo che porta i pasti, che quando ti porge il cibo confezionato fischietta allegro. Vorresti essere loro, abitarne i corpi, camminare con le loro gambe, uscire da questa prigione, tornare a essere padrone di te.
Tra poco un’ora di fisioterapia. Se ne hai voglia o meno non fa differenza. Se provi dolore e sfinimento non fa differenza. Non sei tu a decidere quando fermarti e quando continuare, se forzare su un percorso dallo sterrato insidioso o scegliere un tracciato più prudente. Niente è tuo in questo posto, hai consegnato la tua stessa vita sulla soglia del Pronto Soccorso. Ci vorranno mesi per tornare a camminare, qualcosa in più per recuperare il braccio. Quando chiedi se riprenderai a correre gli sguardi di tutti si defilano, e mentre cercano qualcosa nelle tasche vuote dei camici ripetono un copione concordato: forse, con il tempo, è presto per dirlo. Tu rimani ad ascoltarli seduto su una sedia a rotelle che muovi a fatica con una mano sola. Stai lì finché qualcuno non deciderà che è l’ora della medicazione, di tornare a letto o di andare in sala comune per socializzare e distrarsi. Stai lì e guardi dalla finestra della tua stanza che affaccia su un piccolo giardino: due panchine all’ombra di una magnolia. È l’unico contatto con la natura che ti è concesso. Niente isole, niente Stromboli.
Stai lì e fissi l’armadietto in alluminio che contiene tutta la tua vita. L’ammaccatura in basso assorbe la luce, un buco nero che hai creato con un calcio ben piazzato con la gamba sana, e mentre colpivi il metallo scadente eri di nuovo in vetta a respirare con le braccia spalancate.
Ti domandi se sarai capace di riprendere da dove hai lasciato, da quell’ultimo tornante per raggiungere la cima. Immagini di riempirti gli occhi di luce e spazio, prima di scendere con dolcezza, per fermarti poi in una radura di felci. Lì, disteso su un tappeto di foglie – occhio alle ortiche –, osserverai il cielo attraverso i rami, e lascerai che i raggi ti colpiscano per assorbirne l’energia. Annuserai l’aria, la terra concimata dal passaggio delle greggi, scavata dalle formiche e i millepiedi, e ascolterai il tuo respiro che rallenta e si fa regolare.
È questo il tuo frammento segreto di felicità che trattieni a fatica prima che rimanga incastrato nelle ruote di un carrello cigolante.
Silvia Messina si dedica alla scrittura dal 2015 ed è componente attiva di un collettivo di scrittori messinesi con i quali ha partecipato a diverse antologie. Per Algra Editore ha pubblicato il romanzo Fuoco spento, nel 2022, e la raccolta di racconti I pesci non hanno bisogno del Tavor, nel 2026. Ha vinto il Premio Internazionale Nabokov 2023 con il racconto Nove lettere. Ama il jazz, le percussioni e il suo mare tra Scilla e Cariddi.
In copertina: Papier à motif répétitif, Jacquemart et Bénard (Paris), 1799. Bibliothèque nationale de France.
