La pelle del piede è sudaticcia a contatto con la plastica delle scarpe. Per fortuna non fa freddo. L’inverno di Palermo è umido, ma non ti spacca le ossa.
La tela dei pantaloni a quadri di H&M forse è un azzardo. Il marmo degli scalini della Fontana di Piazza Pretoria lo senti nelle chiappe. Quella tela serve giusto a non prendersi qualche schifosa infezione della pelle. Guardi il cellulare. 19% di batteria.
Il 19% di batteria può reggere una telefonata semi-lunga con la tua migliore amica dall’altra parte del Mediterraneo. Oppure un numero indegnamente ampio ma rassicurante di minuti a scorrere la timeline di Facebook alla ricerca di qualcuno con cui provare a parlare.
Potresti ascoltare una canzone. Ma non hai le cuffie.
Sei uscita di corsa di casa, mettendoti le scarpe mentre scendi le scale.
Hai preso con te solo il telefono e una felpa. Nel portafoglio ci sono 5 euro in moneta. E il tabacco e l’accendino.
Strano come quando si rischia la vita si possa fare in fretta l’inventario di quello che serve per sopravvivere.
«Mi hai rovinato la vita. Vattene!», urla.
«Certo che me ne vado.»
Cerchi di infilarti le scarpe. Con lo sguardo la tieni sotto controllo. Si aggira intorno alla cucina. Apre il cassetto. Prende un coltello.
Ti viene quasi da ridere. Qual è il punto della tua vita che ti ha portata in quella cucina. Con qualcuno che sta prendendo un coltello dal cassetto della cucina mentre ti butta fuori da casa tua.
Non ti deconcentrare. Prendi quello che ti serve. Esci. Esci.
Coprirsi i piedi.
Non prendere troppo freddo.
Avere un contatto possibile con il resto del mondo.
L’autonomia per un caffè e un toast.
E qualcosa di cui riempirsi i polmoni.

Hai il culo ghiacciato. E la batteria del telefono che mentre respiri e guardi le statue e i turisti è calata al 17%. Ma sorridi al gruppo che si avvicina a fare fotografie alle statue nude di Piazza Pretoria. Alcuni palermitani la chiamano Piazza della Vergogna. La nudità delle statue è la vergogna. E la bellezza. La cupola rossa della Chiesa della Martorana e il tufo che guarda le facce dei turisti. E guarda anche le tue spalle.
Sei praticamente in pigiama, ma la forza della vita è una bella fonte di dignità. Sorridi addirittura a uno dei turisti. Guardi il telefono. Ti domandi come potrebbe iniziare in questo momento una telefonata.
«Mi ha sputato in faccia.»
«Abbiamo litigato.»
«Ti ricordi qualche settimana fa quando ti ho detto che mi sono rotta i denti scivolando in bagno?»
Ognuna di queste frasi suona talmente piccola e gigante che tanto vale camminarci sopra, alzarsi in piedi e provare a muovere le gambe.
Metti nella tasca capiente dei pantaloni di cotone di H&M il portafogli e il telefono. L’elastico intorno alla vita per fortuna non è cosi molliccio. Riesci a camminare tenendo le mani in tasca e senza mostrare il culo nudo a tutta la città. In pochi metri sei ai Quattro Canti.
Quadrivio in cui affidarsi all’istinto. A sinistra si va verso la stazione, a destra verso il Teatro Massimo, in basso verso Piazza Marina, e in alto verso la Cattedrale.

Piazza Marina chiama questa domenica mattina. Tutto è ancora silenzioso e davanti ai locali e ai ristoranti ci sono solo i proprietari che si dedicano alla pulizia del marciapiede. Scendi da Via Vittorio Emanuele, alla tua sinistra i vicoli che si snodano verso il mercato della Vucciria. Continui a camminare, qualche suono di campane in lontananza per una qualche messa delle 11.
‘nni Franco U’ Vastiddaru ha appena iniziato a friggere le panelle e tra poche ore le sedie e i tavoli di plastica si riempiranno di palermitani e viaggiatori che sgolosano davanti al panino ca meusa.
Per te la milza è sempre stata solo quella che faceva male al liceo quando durante l’ora di educazione fisica ti facevano correre i 1.000 metri. O quella che ti sembra che adesso ti faccia male per il calcio che hai preso.
Si può morire di emorragia interna? Sorridi di nuovo tra te e te. Lo stesso sorriso della cucina e del coltello. Un sorriso freddo.

Intorno al Giardino di Piazza Marina si alternano i banchi e i teli stesi sull’asfalto dagli antiquari, dai rigattieri, da chi ha semplicemente svuotato un magazzino. Una fotografia in bianco e nero di una vecchia signora attrae il tuo sguardo. Ti domandi se si tratti di un’attrice famosa che dovresti essere in grado di riconoscere o è preziosa solo per chi qualche tempo fa l’ha riposta con cura in una scatola che poi è finita in qualche magazzino durante qualche trasloco.
Una targa di latta di una vecchia pubblicità della Coca-Cola ti attrae. Cosi come una vecchia macchina fotografica con una custodia di cuoio marrone.
Il cielo di Palermo ti respira addosso blu e bianco e si appoggia su quella terrazza del palazzo che si vede dal giardino. Potresti bere un caffè lì sopra e dominare la Piazza Marina dall’alto. Ma i 5 euro non basterebbero. E un conto è essere in pantaloni del pigiama, felpa e senza calze seduta su una panchina o sul marmo di una fontana, ben diverso è reggere lo sguardo di un cameriere.

Il cancello del giardino è aperto. Chissà che sensazione ti può dare sotto al culo la grande radice di un millenario ficus.
Il grande albero si erge in mezzo al giardino. Siete in pochi a gironzolargli intorno. Vorresti sederti ma non sai se il fatto che gli alberi non siano recintati è la tua libertà. Vedi una coppia, un ragazzo e una ragazza, che sfogliano un libro di fotografie. Lei lo osserva di sottecchi, con uno sguardo laterale e gli sorride. Lui le affonda il naso tra i capelli. Sembra che glieli stia respirando. Sono seduti sulla radice che si arrotola tra terra e aria sul lato sinistro dell’albero.
C’è una dose abbastanza grande di amore da farti sentire che ti puoi affidare. Sono troppo presi dal loro profumo e dalle loro risate per giudicarti se per qualche minuto ti arrampichi sull’altra radice, appoggi la schiena contro il tronco e semplicemente ti fumi una sigaretta dopo l’altra guardando il palazzo con l’intonaco nuovo e quel blu che sembra un cielo permanentemente primaverile. Vuoi molto bene a quei ragazzi. Ma pure all’architetto che ha deciso che in quell’incrocio tra decadenza e possibilità che è il centro storico di Palermo ci stesse bene quella pennellata di primavera permanente.
Fumi le sigarette. Non hai musica da ascoltare, ma puoi sentire il brusio di chi negozia con i rigattieri. E un paio di bambini che si rincorrono in bicicletta. Le ruote che scricchiolano sulla ghiaia dei vialetti del Giardino di Piazza Marina ti ricordano un’estate al lago.
Respiri forte quel regalo della città. La sua pace. Ti sorridi, come guardandoti dall’esterno, con il legno che punzecchia il sedere, e i micro-frammenti della corteccia che si attaccano alla felpa, e il mucchietto di sigarette che con cura accumuli accanto al tuo piede destro. Ti sembra che tu possa contenere un gran quantitativo di amore per una che si è appena presa degli sputi in faccia. Sorridi.

© Francesca Galli

Ti è passata la voglia di telefonare alla tua amica. Non sapresti da che parte cominciare E il chiacchiericcio dei social network è davvero solo un altro segno della tua contraddizione.
Dall’ombra di uno dei vicoli della Kalsa, il vecchio quartiere arabo, spunta nel sole della piazza una signora minuta. Si avvicina ai capannelli delle persone uscite dalla messa e a chi ciondola tra i banchi dei rigattieri. Indossa una camicia a quadri rosa su rosa e dei jeans chiari e logori. A un certo punto è una silhouette tra te e il sole. Ha i capelli ingialliti quasi quanto le sue dita che hanno tenuto troppe sigarette nella vita. Non hai veramente voglia di parlare e preferiresti startene lì a guardare il sole e sentirlo sulla pelle e respirare.
Ma le sorridi. Ti chiede una sigaretta. Devi farti i conti in tasca perché non sai quanto può durare la camera di decompressione in cui ti trovi.
Potresti finire il tabacco e i soldi. Ma in realtà sai bene che tra poco tornerai a casa.
Ci sarà la solita telefonata che rompe il ghiaccio.
Ghiaccio la violenza.
Ghiaccio la pace.
Che forse è questa la cosa difficile da raccontare a chiunque. Alla tua migliore amica in una telefonata, a un vecchio amico su una chat di Facebook e forse pure una sconosciuta per strada.
«Che bel sorriso che hai, picciridda.» La signora gialla ti sveglia dai tuoi calcoli. E come fai a non darle una sigaretta, a lei che ha più fiducia di te nel tuo sorriso?
La tua fiducia nell’umanità. È la causa principale delle liti. Non ricordi. Un dettaglio. Un istante. Stavi scrivendo un messaggio. O un’e-mail. Ti è scappato un sorriso. Succede sempre mentre scrivi. Forse la sera prima hai sorriso a uno sconosciuto. Un sorriso di troppo.
Dare quella quasi ultima sigaretta alla signora gialla è proprio la più grande affermazione di te che tu possa fare in quel momento. Un grande e immenso You know what, fuck off. Io mi fido. La mia ultima, ultima sigaretta oggi sarà una sigaretta di cui avrò bisogno, da qualche parte, in qualche altro momento nel mondo. Che magari la prossima volta uscendo di corsa non faccio in tempo…

Sorridi alla vecchia gialla.
Il gelo si è riscaldato. Tempo di cercare un caffè. I vestiti non contano niente. Hai un po’ freddo alle mani e alle caviglie. Anche questa volta non hai dovuto raccontare a nessuno il tuo gelo.
Comincia a farsi sentire il dolore dei pugni sulla schiena. Hai la pelle dura. Tra qualche anno scoprirai che le sigarette fanno indurire la pelle.
Non si vedono i lividi se hai la pelle dura.
Solo tu sai che esistono. Solo tu li senti spuntare invisibili.
Tu e la città che ti respira nella pelle. La città e le sue piazze e i ragazzi che si amano e le vecchie gialle che sorridono.
E il marmo sotto al tessuto dei pantaloni del pigiama.
E il cielo e le pennellate blu dei palazzi.
Aria pura.
Il ghiaccio ti serve a dimenticare il coltello.
Suona il telefono.
Tempo di tornare a casa. Lasciare la sicurezza e rischiare di nuovo. Rischiare l’amore. Sapere che non ti rompe finché hai una strada che ti tiene al riparo.


Virginia Fiume è nata a Milano nel 1983. Ha lavorato nell’ambito dei media, della comunicazione e delle tecnologie, vivendo in svariati posti, dal Medio Oriente al Nord America a Londra. Ora vive a Bruxelles, dove coordina il movimento politico europeo di iniziativa popolare Eumans e le iniziative dei cittadini europei di Science for Democracy. Nel 2007 è stata co-autrice del bestseller Voglio un mondo rosa shokking (Newton Compton) e nel 2013 ha pubblicato Manuale per viaggiatori solitari (40K Italia). Ha un blog: virginiafiume.com.