Avevo un amico, una volta. In realtà era un amico di mio padre, e avrebbe potuto essere suo padre. Aveva una piccola bottega di ferramenta, di quelle di una volta. L’atrio era sotto i portici, la porta d’ingresso bordata d’ottone come gli altri esercizi commerciali. Quando entravi dovevi scendere due gradini, la luce era fioca, eppure calda e rassicurante. L’odore era la cosa che amavo di più, l’odore era una promessa delle carezze che sarebbero arrivate poco dopo, come brividi leggeri che attendono un piacere aperto, rilassante, pacifico. L’odore era una musica: cuoio, sudore, lucido, metallo, tacchi, pelle, sapone per le mani, colla, ammorbidente coccolino, gomma, tabacco, zolfo, acqua di colonia, Peppino, e altri che non riuscivo a individuare, ma che risuonavano nelle narici e nell’anima per darle pace e sorriso. 

Anche la voce di Peppino era musica, non crediate che fosse una voce limpida, Peppino era un gran fumatore, fumava le Nazionali senza filtro da quando aveva dodici anni, diceva.

Dieci anni fa, quando la storia che sto raccontando ebbe fine, Peppino doveva avere circa ottant’anni; mi chiedo, a volte, se oggi, nel 2019, sarebbe stato ancora vivo. Non lo so ovviamente, ma sono certa che, se lo fosse, sarebbe ancora lì, nella sua bottega dalla luce calda e l’odore che accarezza, a lavorare e raccontare a chi sa ascoltare o, come diceva lui, a sentire. Aveva un concetto tutto suo del sentire, Peppino, aveva un concetto tutto suo del mondo tutto, a dire il vero. Papà ci andava a far riparare le scarpe, solitamente i tacchi, e le cinture usurate. Avevano due caratteri simili, stavano bene insieme, per cui, quasi ogni giorno, papà quando finiva il suo lavoro in banca andava a trovare Peppino in bottega. Talvolta parlavano così tanto che si faceva tardi e mamma non la prendeva bene. Erano rimasti loro due in casa, i miei genitori. Io e mio fratello eravamo andati via alla fine della scuola, e mamma non amava star sola.

Mio fratello era un artista di strada, un coraggioso dell’anima, uno che aveva deciso di vivere conforme a se stesso, e alla musica che amava smisuratamente. Aveva terminato il liceo per compromesso con mio padre, con il quale aveva smesso (apparentemente) di lottare a diciassette anni. Rigidità e libertà formano nitroglicerina, se mescolati all’estremo. Papà voleva che studiasse, mio fratello decise di accontentarlo, si diplomò con un voto su cui nessuno poteva aver da ridire. Quell’estate lavorò come cameriere in un hotel sulla costa. Papà e mamma erano fieri di lui che stava mettendo da parte i soldi per contribuire agli studi universitari. 

© Francesca Zanette

In quel periodo avevamo un cagnolino, Macchia, un bastardino preso in canile: acquistare cani o gatti è sempre stata, a ragione, un’eresia nella mia famiglia. Macchia era tutto nero, ma a chiazze, nel senso che il suo pelo era di un nero graduale, non uniformemente timido. Aveva paura quando lo prendemmo, poi man mano diventò sempre più allegro, direi euforico di libertà, l’appartamento gli stava stretto, sorrideva (sì, sorrideva) solo quando poteva correre libero. A settembre mio fratello prese la sua chitarra, uno zaino con dei vestiti, e lo stipendio di quell’estate di lavoro, e raggiunse degli amici a Galway. Portò con sé anche Macchia, e questa fu l’unica cosa che mamma non potè perdonargli. Papà invece, non gli ha mai perdonato nulla. Non rientrò, mio fratello, nei due anni successivi, e fu un bene, considerato ciò che accadde. 

Le chiacchierate di mio padre con Peppino erano quotidiane, a volte si vedevano anche la domenica sera per un bicchiere di vino in piazza, tra un sigaro e sei o sette Nazionali. Peppino non si era mai sposato, e questo aveva riempito le bocche della piccola città, fin quasi alla sua senilità; viveva al secondo piano di una palazzina storica mal tenuta, in un vicolo adiacente al corso. Nessuno di noi era mai stato lì, neppure papà, nessuno ci è potuto mai andare.
Andavo a trovare i miei genitori una o due volte al mese, quindi io lo conoscevo Peppino, era anche amico mio, odorava della sua bottega anche fuori di lì, in camicia a quadri e pantaloni marroni. Avevo il sospetto che tutti i suoi vestiti, e anche la sua pelle, avessero l’odore rassicurante del grembiule in cuoio che portava ogni giorno. Papà era diverso quando stava con lui, era tranquillo, filosofeggiava, raccontava ma, soprattutto, si lasciava raccontare, e sorrideva. Talvolta in piazza a bere vino e fumare eravamo in tre. A me, però, piaceva andare a trovarlo in bottega. Parlavo poco quando ero con Peppino, mi lasciavo accarezzare dagli odori e dalla sua voce roca eppure dolce. Raccontava le scarpe, cose che si potevano capire dalle scarpe, se una persona era più o meno benestante o finta benestante, se camminava portando il peso più su un piede o su un altro, che lavoro faceva, se era religioso, se era malato, se in definitiva era felice oppure no. Diceva che la felicità dipende dalla capacità di sentire

«Ma mica che tu senti con l’orecchio? Che tu senti con l’anima. Ma mica l’anima dei preti? L’anima è quella cosa che sai che c’è ma che ti scappa dalle dita, come quando hai un pensiero, lo sai che c’è, lo rimandi sempre, pensi tanto sta là e che lo puoi ripescare quando vuoi. E invece poi, quando ti serve, ti scappa. Perché l’anima ha bisogno di coraggio, ha bisogno che tu abbia la forza di prendere questa carta vetro e gratti e gratti gli strati di convinzioni in cui ognuno di noi cerca conforto, per il bisogno di pensare, di programmare la vita. Perché se io programmo non ho paura, forse. Se io programmo non può andar storto nulla, forse. Se io incasello attentamente nel calendario tutti i miei impegni, le scadenze, la banca, le bollette, allora non posso morire, forse. Ecco, dopo che hai scartavetrato ben bene tutto questo, e ti sei tagliato la pelle, e hai visto il sangue che ti dice che sei vivo, allora, solo allora ti puoi guardare dentro, e non importa se hai paura, la paura è inevitabile, ma anche quella significa che sei vivo. Sei incompleto e devi esserlo in quanto essere umano, sei imperfetto perché sennò non ameresti i contorni. Una volta che hai sentito l’anima, a quel punto ti sei avvicinato alla felicità, che non significa che ogni cosa nella tua vita va bene, quella è un’illusione, e meno male! No, la felicità è sfiorare la consapevolezza che siamo esseri umani, pertanto fragili e imperfetti, che siamo tutti anche un po’ cattivi, che siamo acqua, non abbiamo forma, non abbiamo gabbie se non quelle che vogliamo noi. La felicità arriva quando senti e ami il tuo essere imperfetto». 

Così parlava Peppino, in quella bottega sembrava esserci il mare… io lo ascoltavo, e sentivo. Ascoltavo e sentivo. Poi prendeva una scarpa e diceva: «la vedi questa? È di fattura non nuova, ma è stata usata poco, eppure è una scarpa comoda. L’uomo che ha messo il piede qui dentro, non sente. Nossignore». 
Così parlava Peppino, e in quella bottega sembrava esserci la luna… io lo ascoltavo, e sentivo. Ascoltavo e sentivo. Erano attimi, lo sapevo, ma mi piaceva far finta che il cerchio non fosse un insieme di attimi che si compiono, ma una spirale di istanti in cui la circonferenza era solo l’inizio. Solo l’inizio, come se potessero esserci solo inizi, senza fini, come diceva Peppino.

Ma lui era un ottimista, uno che aveva fiducia nell’uomo e nella sua terra. Infatti, quella notte di primavera era a casa, la notte in cui la terra ingoiò lui e la sua fiducia, la sua casa e la bottega con tutti i suoi odori. Quella notte in cui la terra ingoiò la sua città e la sua gente.
Era il 9 aprile 2009, erano le 3:32, era L’Aquila.


Giada Cucciniello è nata a Torino il 13 gennaio 1973. Per dieci anni avvocato, per altri dieci volontaria per un’associazione di assistenza a bambini oncoematologici, attualmente svolge la sua attività presso associazioni in ambito di disagio sociale infantile e della preadolescenza. Ha pubblicato racconti brevi, scritto racconti per bambini presentati in progetti scolastici, e alcune poesie. Con Domenico Savino, ha scritto Ottantuno – l’istante prima, un romanzo sulla sicurezza sul lavoro. E sta lavorando al seguito. Frequenta la scuola di scrittura di Ivano Porpora.