Antonio Soriano, di professione giornalista precario, avrebbe ricordato per sempre il 25 settembre 1989 come il giorno in cui lo avevano ammazzato. Eppure glielo avevano ripetuto in tanti: prima i genitori, che lo avrebbero preferito ingegnere o magari medico; poi i colleghi, che continuavano a suggerirgli di smetterla con la cronaca nera; in seguito il direttore del giornale e perfino un amico che aveva vinto il concorso in magistratura.
Tutti, dal primo all’ultimo, gli avevano detto: «Anto’, fatti i cazzi tuoi o finisce male.»
Ma lui non voleva saperne. Dalle colonne de La notizia continuava la sua battaglia contro la famiglia Starace, il clan che teneva in scacco l’intero Miglio d’oro, la striscia di terra bagnata dal mare e protetta dal Vesuvio. Stanchi delle vecchie gerarchie camorristiche, gli Starace avevano allungato prima le mani su Torre del Greco poi – approfittando di una faida familiare – avevano conquistato senza troppi sforzi Ercolano. A Portici, avevano trovato le porte aperte e un proficuo dialogo con la politica, mentre a San Giorgio era stata necessaria una lunga e sanguinaria mediazione. Non restava che l’ultimo passo: giungere a Napoli, sedendosi a tavola con i vecchi clan e le nuove cellule malavitose che stavano trasformando le periferie in feudi.

Negli ultimi quattro anni, Antonio aveva riportato tutto sulle pagine del quotidiano più longevo e popolare del meridione. Ogni mattina, a bordo della sua 127 grigio metallizzato, partiva da Piazza Carlo III e raggiungeva Torre del Greco alla ricerca di notizie di prima mano. Inizialmente si appostava fuori i cancelli del locale commissariato di Polizia, sperando che il piantone passasse a lui – prima che ad altri redattori – le note ufficiali che, prontamente, dettava al collega in redazione dal telefono del bar vicino. Stanco delle lunghe attese, cominciò a consumare le suole delle sue Converse girando per i vicoli della città. Commercianti, pescatori, ragazzi che giocavano a pallone a qualsiasi ora del giorno e con qualsiasi temperatura: ormai tutti si erano abituati a quel ragazzo che brandiva taccuino e penna, manco fosse un cavaliere errante, a caccia di notizie.
Il redattore imberbe proveniente dal centro storico di Napoli prese a farsi apprezzare non solo per lo stile – asciutto e senza fronzoli – ma anche e soprattutto per la faccia tosta con cui firmava i pezzi.
«Niente iniziali», disse un giorno al collega intento a correggergli un pezzo. «Mi chiamo Antonio Soriano. AS potrebbe essere chiunque.»
«Tieni proprio ’na faccia ’e cazzo» gli rispose il redattore. «Due sono le cose: o farai strada o metteremo una targa col tuo nome in redazione.»
Antonio sorrise sprezzante del pericolo. “In fondo” pensava “chi vuoi che si preoccupi di uno che scrive notizie su un giornale”.

«I terremotati nei container», disse al suo caposervizio appena terminata una riunione di redazione «e gli Starace a fregarsi l’ennesimo finanziamento statale. Ti pare giusto?»
«No, non mi pare giusto» rispose Vanni Ceccone, iscritto all’ordine dal 1965. «Ma tu si’ ’nu muccusiello e dovresti fare attenzione a quello che scrivi. Fai nomi e cognomi di assessori e consiglieri, parli di affiliazione tra clan e politica come se niente fosse. Non sei un magistrato che cammina con la scorta».
«Sono un giornalista» pronunciò impettito Soriano «e non racconto fesserie. »
«Sei un precario» ribatté duro il collega «che coi soldi de La notizia non riesce nemmeno a pagare benzina e sigarette.»
«Non fumo.»
«E allora che sfaccimma di giornalista sei?», chiese Ceccone accendendo una Merit. «Ti sei voluto occupare di nera? Bene. Hai scelto di fare il corrispondente da Torre del Greco? Nessun problema. Ma adesso stai esagerando. Facciamo calmare le acque. Per un po’ di tempo vai al commissariato e fatti passare i comunicati.»
«Occupandomi solo» valutò Antonio «di scippi, spaccio e risse allo stadio? »
«Tenimmo un altro Indro Montanelli dentro la redazione», gridò Ceccone richiamando l’attenzione dei colleghi. «Anto’, stammi a sentire: io capisco gli ideali, la voglia di strafare e pure la chiavatella che riesci a farti dicendo in giro che sei un cronista di nera per il più grande giornale del meridione. Ma», aspirò una lunga boccata prima di riprendere «tieni ventitré anni e a quest’età dovresti tenere il vento non solo tra i capelli, ma proprio dentro la testa.»
«Mi vuoi cacciare?»
«Allora si’ strunz’ ’o vero» rispose il caposervizio. «Sto parlando con lo stesso tono con cui parlo a mio figlio, che è ancora più testa di cazzo. Ti sto chiedendo, per un po’ di tempo, di spostare altrove i tuoi interessi. Nelle altre redazioni circola il tuo nome e non solo per le capacità giornalistiche. Stai scassando il cazzo a troppa gente. Ti ricordi quello che è successo nel bar sei mesi fa?»

© Alessia Marino

Una fredda mattina di dicembre. Un consiglio comunale piuttosto agitato. Nonostante l’aria gelida, il sindaco Maffella continuava a sudare copiosamente.
La poltrona del primo cittadino scricchiolava da tempo; la maggioranza non era più coesa, più di un cittadino eletto era pronto a passare all’opposizione. Tutta colpa dei fondi regionali spartiti in modo poco equo: quasi mezzo miliardo di lire per rimettere a nuovo uno stadio che, a domeniche alterne, ospitava poco più di duemila tifosi.
«C’entra qualcosa – aveva scritto Antonio sulle pagine de La notizia – il fatto che la ditta vincitrice dell’appalto milionario appartenga al cognato del primo cittadino?»
Il trafiletto aveva fatto incazzare Maffella, che aveva ordinato ai custodi di tenere lontano il giovane cronista dalla sede del Comune. Una perentoria imposizione della quale Antonio Soriano se ne era fregato continuando a presenziare alle riunioni pubbliche.
Con una serie di diplomatiche peripezie, il sindaco era poi riuscito a tenere salda la maggioranza. I suoi consiglieri avevo temporaneamente deposto l’ascia di guerra, scontentando i colleghi dell’opposizione, ai quali era apparsa salvifica la mano alzata da uno dei pochi uditori presenti.
«Chiedo scusa» aveva pronunciato Soriano, appena gli fu accordata la parola «avrei una domanda per il primo cittadino.»
«Mi dispiace» aveva risposto Maffella «non rilascio interviste».
«La mia» aveva sorriso Antonio sollevando le mani e mostrando l’assenza del taccuino «è solo una domanda da privato cittadino che vorrebbe sapere come ha fatto la ditta che ha vinto l’appalto per le mense scolastiche, e parliamo» precisò «di un accordo da centocinquanta milioni, a offrire appena tremila lire in meno della concorrenza.»
Il silenzio, che per il tempo della domanda aveva avvolto la sala, era stato coperto dalle urla di protesta dei cittadini eletti che avevano cominciato a litigare e a ingiuriarsi reciprocamente.
Maffella aveva invitato tutti alla calma prima di pronunciare, in evidente difficoltà: «Si sarà trattata di una fortunata casualità.»
Quelle parole, registrate su cassetta, erano finite su un articolo che aveva fatto indignare il primo cittadino e il suo seguito. Ma per lo stesso pezzo Antonio aveva ricevuto i complimenti da uno sconosciuto avventore entrato nello stesso bar nel quale era solito fermarsi per la pausa caffè.
«Tu sei Soriano, vero?» aveva domandato il giovane appena dopo aver chiesto al barista una camomilla. Il cronista aveva annuito, mentre il giovane aveva ripreso sorridendo: «Mi piacciono assai i tuoi pezzi. E mi piaci assai pure tu perché tieni la faccia tosta. Non sei uno che arrossisce facilmente, è ’o vero?»
Antonio aveva guardato il giovane con aria stranita. “È un complimento?” si era chiesto “O mi sta prendendo per il culo?” Prima che la risposta giungesse, il giovane, afferrata la tazza con l’acqua bollente, l’aveva gettata sul volto di Soriano aggiungendo: «Vediamo se arrossisci, adesso.»
Il gesto intimidatorio aveva avuto come conseguenza un’ustione di primo grado al volto che aveva costretto Antonio a due giorni di riposo forzato, ma non aveva placato il suo desiderio di raccontare quel che accadeva nella cittadina ai piedi del Vesuvio.

«Non t’è bastata l’acqua bollente?» riprese Ceccone.
«Era camomilla» lo corresse Soriano.
«Ah già, mi dimentico sempre che tu si’ accussì strunz’ da farti mandare in ospedale a colpi di camomilla.»
«Se hai finito con lo spettacolo di cabaret» valutò il giovane «io tornerei a lavorare».
«Sono serio, Anto’» cambiò tono Ceccone. «Hai talento ed emergerai, ma è necessario far calmare le acque. Gli Starace non scherzano. La prossima volta sarà una mazziata e visto che manco quello ti fermerà, che facciamo?»
«Dove mi vorresti spostare?» sospirò il giovane.
«Allo sport.»
«Cosa?»
«Ti mando a seguire il ritiro del Napoli. Questo è l’anno buono per il secondo scudetto. Così» strizzò l’occhio «ti becchi l’autografo di Maradona.»
«Sto per dire un’eresia» sorrise Antonio «ma io il calcio non lo seguo.»
«Cultura? Così qualche scrittore ti prende come ufficio stampa e arrotondi per comprarti una macchina nuova. La 127 con cui ti presenti in ufficio è un cesso.»
«A parte che la mia macchina» ribatté il giovane «ha una tenuta che manco una BMW, sappi che non ho intenzione di mollare la nera perché un paio di guappi del quartiere mi hanno minacciato. Una settimana, due al massimo.»
«Arrotondiamo a un mese e stiamo tutti in grazia di Dio.»
«E se durante questo mese succede qualcosa?»
«Facciamo trascrivere i comunicati della Polizia. Adesso levati dai piedi e scrivimi due cartelle sul nuovo calciatore del Napoli, Gianfranco Zola.»

Mentre Antonio, sotto pseudonimo, si occupava di tattiche, amichevoli precampionato e virgolettava le dichiarazioni del Pibe de oro, l’attività degli Starace proseguiva senza intoppi, ma anche senza la solita attenzione mediatica.
Attenzione che tornò alta la sera del 27 agosto 1989. Il Napoli aveva debuttato in campionato battendo l’Ascoli con un gol di Crippa. Antonio era in redazione quando, mentre stava riportando le dichiarazioni del neoallenatore Bigon, ricevette una telefonata.
«Mettiti in macchina senza dire una parola e corri ad Arzano: appuntati quest’indirizzo.» La voce era quella dell’ispettore Vito Casella, prossimo alla pensione e affezionato al ragazzo col taccuino che trascorreva intere giornate in commissariato per ottenere anche solo una dichiarazione utile a riempire la pagina della nera locale.
Affidato il pezzo a un collega, avviò la 127 e, in meno di venti minuti, raggiunse un casolare di campagna poco lontano dalla strada statale. Ad attenderlo c’era l’ispettore.
«Abbiamo appena arrestato» sussurrò «Luciano Papa. Faceva l’intermediario tra i clan napoletani e gli Starace.»
«Perché parla al passato?»
Perché, a quanto risultava, il clan aveva deciso di sacrificare la sua pedina per preservare il delicato equilibrio con alcune famiglie del capoluogo campano, alle quali i servigi di Papa non erano più graditi.
«Un sacrificio in piena regola – aveva scritto Antonio sulle colonne de La notizia – che avrà senza dubbio delle conseguenze importanti nelle nuove prevedibili alleanze tra gli Starace, che non hanno esitato a svendere un proprio uomo, e la camorra napoletana». Parole forti finite in prima pagina tra le strette di mano dei colleghi, la proposta del direttore di passare – di lì a qualche mese – da precario a praticante e la preoccupazione di Vanni Ceccone che si limitò a strizzargli l’occhio per congratularsi.

Chissà quante altre volte Antonio Soriano, professione giornalista praticante, sarebbe finito in prima pagina e chissà quante inchieste avrebbe condotto per i successivi trent’anni, curvando sempre più la schiena e lamentandosi per le diottrie mancanti. Avrebbe fronteggiato l’avvento del web e quello degli smartphone e si sarebbe lamentato delle nuove leve del giornalismo per le suole intonse delle loro scarpe firmate.
«’Sti ragazzi», avrebbe scosso il capo, «proprio non sanno cosa significhi andare a caccia di notizie. A loro basta incolonnare un comunicato stampa per sentirsi giornalisti».
Si sarebbe sicuramente sposato – chiamando il primo figlio Salvatore,in ricordo del padre – e avrebbe pure acquistato casa, magari dalle parti di via Chiatamone, per avere il mare a poca distanza. La 127 l’avrebbe rottamata – in fondo aveva già quattordici anni quando il padre gliel’aveva passata – acquistando comunque un’utilitaria con la quale, tutti i giorni, raggiungere Torre del Greco a caccia di notizie di nera.
Avrebbe fatto tutto questo se una notte due uomini a bordo di uno scooter, con addosso giubbotti di pelle, non gli avessero sparato contro appena sceso dall’auto.
A seguito di quei due colpi esplosi da distanza ravvicinata, tutta Napoli avrebbe ricordato per sempre il 25 settembre 1989 come il giorno in cui lo avevano ammazzato.


Paquito Catanzaro (1981) lavora nell’ambito della comunicazione. È l’ufficio stampa di alcune realtà aziendali, tra le quali la casa editrice Homo Scrivens, con la quale ha pubblicato la raccolta di racconti Quattrotretre (2014) e i romanzi Centomila copie vendute (2017), 8 e un quarto (2019) e Due di picche (2020). Per il medesimo editore ha curato anche la biografia ufficiale del calciatore Luis Vinicio. Lavora part-time in una scuola materna dove tiene un laboratorio di ludoteatro.