La signora Alea si presentò al tabacchi di Casa Fortuna il primo giorno che ho aperto. Mi disse che era contenta, perché finalmente poteva comparsi le sue MS rosse proprio dietro casa. Le sorrisi e le diedi il pacchetto e il suo resto. Ogni giorno passava da me alle tre del pomeriggio e comprava le sigarette. Ci scambiavamo qualche convenevole e ogni tanto si fermava a prendere il caffè alla macchinetta e mi chiedeva se potevo prestarle il giornale. Commentavamo le notizie del quotidiano e parlavamo un po’. I primi tempi, non avevo molti clienti, il tabacchi non è in una zona di passaggio. Ogni tanto veniva qualche liceale per comprare delle cartine lunghe o certi bambini della villa a fianco per le caramelle. Io e la signora Alea ci tenevamo compagnia. Lei era andata in pensione da poco e le sue giornate erano diventate improvvisamente vuote. Il marito era morto l’anno prima, mi disse che era un commercialista, lei invece era stata un’insegnante di matematica al liceo scientifico. Diceva sempre di essere una donna fortunata.
«A Natale, quando mio marito Sivino era ancora vivo, si andava da amici e parenti e io vincevo sempre la tombola e stracciavo tutti a Sette e mezzo o Saltacavallo, Cucù e mi portavo a casa qualche moneta, banconote, cioccolatini o un pensierino, e tutti mi dicevano Alea, sei fortunata in amore e al gioco!»
Insomma, era una vecchietta come tante, imbevuta di ricordi e tanto sola.

Qualche mese dopo l’apertura del tabacchi installai tre slot-machine per attirare più clienti. E così è stato. Gente sempre diversa, uomini e donne di qualsiasi età. Poi arrivarono gli habitué della domenica mattina, quattro amici con i loro cani: giocavano, fumavano, leggevano il giornale, bevevano il caffè e poi si facevano una passeggiata nella villetta con i loro animali. Ma la signora Alea fu una presenza fissa fin da subito. Iniziò tutto per caso, le diedi il resto delle sue MS, mi disse se potevo darglielo a monete, ché poi doveva andare messa a mettere qualche spicciolo nel piattino delle offerte: era l’anniversario della morte del marito. Insomma, le diedi i suoi cinque euro a monete da cinquanta, tranne una da due euro che lei prese e osservò sconvolta.
«Gaspare, guarda un po’ qui, c’è Papa Giovanni Paolo II. Mio marito gli era molto devoto».
Prima che potessi dirle qualcosa, fummo interrotti da uno scroscio di monete assordante. Un tipo aveva appena vinto qualcosa come trecento euro. La signora Alea baciò la sua moneta e disse: «È un segno del destino.»
Andò alla terza slot-machine, la seguii, era accanto a quella del signore che aveva appena vinto, fece scivolare la moneta nella fessura e schiacciò start. I rulli si misero a girare battendo tanti tic velocissimi, come un cronometro. Di colpo si bloccarono su tre ferri di cavallo e la slot sputò una settantina di euro.
«Che ti avevo detto, sono fortunata, io!».
Dopo quest’episodio, non passò giorno che non si presentasse a Casa Fortuna alla stessa ora, le tre del pomeriggio. Comprava le sue sigarette, si sedeva alla terza slot e giocava due euro. Poi chiacchieravamo un po’ e lei se ne tonava a casa.

Dopo qualche tempo, quando ci fermavamo a parlare, mi sembrava assente. Mi chiedeva di ripeterle quello che le avevo appena finito di dire oppure rimaneva incantata. Pensavo fosse l’età, ma quando vinceva, ridiventava loquace e parlavamo come avevamo sempre fatto. Una volta la signora Alea venne da me, aveva l’umore a terra, la guardai negli occhi chiedendole se andasse tutto bene, ma fece la vaga, mi chiese di cambiarle cinquanta euro e si rimise a giocare. Allora le posai una mano sulla spalla e le domandai ancora se fosse tutto a posto.
«Gaspare, porco demonio, con ’sta mano secca e pallida che c’hai, mi hai fatto sbagliare! Non dovevo stoppare questo rullo.»
Non mi aspettavo quella reazione, rimasi ammutolito e lei continuò.
«Non mi fissare con ‘sti occhi sporgenti, mi sembri un pesce morto.» Mi voltò le spalle e riprese a giocare come se nulla fosse.
Dopo questo episodio, non mancava mai di ripetermi: «Sei sempre vestito di scuro: ogni volta che ti guardo mi sembra di essere a un funerale», e poi gettava a terra un paio di corna.
Mi sentivo mortificato, ma non ho mai dato sazio alle sue provocazioni e continuai a comportarmi come sempre, anche quando non ricambiava i miei saluti e abbassava lo sguardo. «Non mi devi parlare», mi ha detto una volta che è entrata al tabacchi come una furia, penso l’abbia fatto perché qualche giorno prima mi aveva chiesto se le potevo fare credito per una stecca di MS, ma mi ero rifiutato, stavo ancora aspettando i cinquanta euro della stecca di qualche giorno prima. Non venne per una settimana, dieci giorni, forse si era offesa e poi si ripresentò di nuovo con la stessa costanza, tutti i giorni alle tre. Stava davanti a quella slot per delle ore.
Una volta, mi sono permesso di dirle che doveva smettere di giocare e di tornarsene a casa. La vidi lì seduta, tutta sudata e in preda alle palpitazioni, che sfregava due euro sulla slot prima di inserirli nella fessura e poi premeva start nell’esatto momento in cui la moneta veniva inghiottita. I suoi gesti sembravano quelli di un operaio in catena di montaggio.
«Ti devi fare gli affari tuoi. Io sto qui quanto mi pare. Hai visto, stavo per vincere? Su questa linea c’erano due quadrifogli, me ne bastava un altro, ma poi sei arrivato e mi è uscito un sette. Vattene, ché mi porti sfiga.»
Da quel momento non mancò mai l’occasione per dirmi che le portavo sfortuna. Arrivai a pensare che avesse ragione: aveva smesso di vincere. Non che prima di allora capitasse così di frequente ma, ogni tanto, sentivo quel jingle breve e ascendente della vittoria e poi il suono di qualche moneta. Da un po’, invece, l’unica cosa che sentivo da dietro il bancone era la musichetta martellante accompagnata dallo sfregare della moneta e poi il battere di tasti.

© Luca Brunetti

L’altro ieri sentii un botto e feci capolino, vidi la signora Alea che si massaggiava le tempie. Stavo per rimettermi a sistemare le sigarette sugli scaffali, quando la beccai che prendeva a calci la sua slot-machine. Corsi da lei e la pregai di fermarsi: con un’espressione sdegnata si allontanò senza dire niente. Mi appoggiai alla slot e mi accovacciai per controllare se si fosse ammaccata, quando all’improvviso la signora Alea mi strappò la mano dalla slot e io persi l’equilibrio.
«Non la devi toccare! Lo so, ti pare che non ti ho capito, Gaspare? Tu mi vuoi rovinare. Qui dentro c’è tutta la mia pensione. Mi guardi mentre gioco e mi lanci le tue macumbe con ‘sti tuoi occhi a palla, ma non ti basta e mi poggi pure quella mano da porta ella sulla spalla e vuoi che la smetto di giocare. Però a me la tua psicologia inversa non mi frega, non te la darò vinta, a vincere sarò io. Ora che hai fatto alla slot, qualche tua diavoleria da corvo del malaugurio?»
Si mise a urlarmi che era tutta tremori, e con la manica della giacca pulì il punto dove mi ero appoggiato. Le dissi di calmarsi, che non avevo fatto nulla alla sua slot. Si calmò di colpo e andò via spedita. Notai che aveva lasciato una moneta da due euro sulla slot. Ebbi la tentazione di prenderla per poi restituirgliela al suo ritorno, ma non lo feci. Lasciai la moneta dove stava e mi rimisi a spacchettare i cartoni di sigarette che avevo sotto il bancone. Sentii dei tacchi, e allungai la testa. Vidi la signora Alea, era sudata e un grosso coltello da cucina le tremava nella mano. Al riflesso di quella lama mi acquattai senza fare rumore, presi il telefono e composi il 112. Veniva diritta verso di me, quando fu stregata dalle lucine intermittenti delle slot-machine. Con le ginocchia molli e il respiro affannato, sbirciai di nuovo la signora Alea. Aveva tra le dita la moneta che aveva dimenticato, la sfregò sulla sua slot e poi la fece scivolare nella fessura. Lo schermo illuminò il suo profilo bagnato, pigiò start infilzandolo con la punta del coltello e i simboli della slot iniziarono a cedere a valanga: tic-tic-tic-tic. Il primo rullo che si ferma su una stella, così come il secondo e anche il terzo. Si attiva la modalità Free spin e sento un trillo. La signora Alea si asciuga la bocca con il braccio e preme un altro bottone. La scritta Bonus game schizza fuori dallo schermo con un suono di campane. La signora Alea si gratta la testa con tutte e due le mani e si morde le labbra poi con molta cautela schiaccia un altro bottone. Sullo schermo appare la faccia di un giullare, apre la bocca e sputa la scritta Jackpot, seguita da sette squilli di tromba. La signora Alea strabuzza gli occhi, non ci può credere, si strizza il petto, il coltello le cade di mano, poi la vedo boccheggiare. Capisco che qualcosa non va, salto fuori dal bancone per provare a soccorrerla, ma lei stramazza a terra come una marionetta cui hanno falciato i fili. La slot fa quel suono del registratore di cassa quando si apre, cha ching, e una valanga di monete le finisce sul petto, sugli occhi e dentro la bocca.
Rido, osservando il coltello che poteva ammazzarmi, però mi faccio subito triste e mentre chiamo l’ambulanza penso: “Signora Alea, questa è la sua vincita ed è giusto che paghi il suo funerale”. Una voce di donna risponde alla chiamata e mi dice che i soccorsi arriveranno subito.
Sfilo una sigaretta dal pacchetto e mi cade di mano su quella marea di monete che sommerge la signora Alea. La raccolgo con molta gentilezza, forse per timore di poterla svegliare dal suo sonno. La moneta di due euro con Giovanni Paolo II mi sbrilluccica negli occhi. La prendo piano piano, con due dita, e me la conservo nel portafogli.
Sarà il mio portafortuna, lo so.


Giorgio Benedetto Scalia è nato a Palermo nel 1991. Diplomato in Regia e Sceneggiatura all’Accademia Nazionale del Cinema di Bologna e alla Scuola Holden di Torino, ha fondato la rivista letteraria Voce del Verbo. Ha ricevuto una menzione al concorso Premio InediTo 2019 con la sceneggiatura del cortometraggio Garage, e una menzione al concorso letterario Tre colori 2020 con la sceneggiatura del corto Cella. Due suoi racconti sono stati pubblicati in antologie edite da Historica Edizioni. Ha pubblicato inoltre su Neutopia, Il Bestiario degli italiani, Lunario, Spazinclusi, L’Irrequieto, Critica Impura, Rivista Blam, Fillide e la nuova carne, oltre che sul Corriere della Sera. Vive a Torino.