Tutte le mattine di primavera, a patto che non diluviasse, attraversava via Zanardi sulle strisce pedonali all’altezza della torretta merlata con lo stemma dei Tamba, dove prima stava la fioraia. Raggiunto l’altro lato della strada, pochi passi lo separavano dalla sua panchina all’ombra di un siliquastro nel Giardino Francesco Kolletzek di via delle Borre. Qui, prima ne detergeva la seduta di assi di legno con una salvietta, e poi vi si accomodava. Stiracchiava a una a una le lunghe gambe, indolenzite dall’artrite reumatoide dopo quattro decadi di scarichi e carichi. Inspirava, espirava, inspirava, espirava. Assorbiva l’aroma dei fiori lilla del siliquastro, che solo lui chiamava così, e non albero di Giuda. Apriva quindi il quotidiano appena acquistato all’edicola di via della Ca’ Bianca, accanto a casa sua, e lo sfogliava all’incontrario, partendo dalle pagine sportive e passando a quelle culturali, di rado avventurandosi oltre. Ascoltava il cinguettare degli uccellini e mamme ammonire pargoli nei vialetti, mentre si sforzava di ignorare il ripetuto frastuono degli aerei in decollo, che gli dava un gran fastidio. Nonostante la sua vicinanza alla pista del Marconi, amava quella zona della città, nella quale era approdato dopo essere andato in pensione. Faceva parte del quartiere Navile, e a tutti era nota come Bertalia; tuttavia, al pari del siliquastro, lui la chiamava con un altro nome, meno conosciuto ma più antico, ossia Roveretolo. La torretta, il giardino, la panchina, persino le melodie delle cinciarelle, gli ricordavano il paese nel quale era cresciuto, che si trovava da tutt’altra parte, e le cui immagini mentali si era imposto di non rinfrescare. L’ultima volta che era stato a Parcela, anni addietro, suo padre gli aveva a stento rivolto un saluto. In compenso, sua sorella gli aveva detto: «Gesummaria! È inutile, non lo vedi? È troppo tardi per rimediare. Tornatene a Bologna e lasciaci in pace, continua pure la bella vita che ti sei scelto».
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Quarant’anni prima, dalle finestre dell’appartamento di Fausto, si vedeva perfettamente San Luca. A patto di ignorare quell’obbrobrio dell’Ospedale Maggiore, sulla destra, era un panorama riposante, con lo sguardo a spaziare sui colli dai declivi dolci, che facevano da corona meridionale alla sua nuova città. A Zeno piaceva goderselo all’alba, quando pareva di poter toccare la cupola della basilica, di un verde coleottero, allungando una mano. Fausto gli aveva spiegato che il Santuario della Beata Vergine sorgeva in cima a un rilievo detto dai bolognesi Colle della Guardia. Zeno, che pure era vagamente religioso, aveva provato un brivido gelido a sentire quel nome. Gli evocava ricordi spiacevoli, che voleva lasciarsi alle spalle. In questo senso Bologna, da forestiero, rappresentava al tempo stesso un punto d’arrivo e di partenza. L’appartamento di Fausto, che lì lo ospitava, si trovava al quarto e ultimo piano, senza ascensore, di un palazzo nel complesso dei Ferrovieri. Sorgeva fuori porta Lame, lungo via Francesco Zanardi, all’inizio dell’insediamento dell’Oca. Era formato da sei edifici disposti a delimitare un rettangolo, al cui interno c’era un vasto cortile centrale alberato, dove le donne stendevano i panni e i bambini si sbizzarrivano in zompi, campane, conte e inseguimenti. In quel perimetro vivevano famiglie di operai manutentori, macchinisti e controllori impiegati dalle Ferrovie dello Stato, ma anche pensionati che avevano legato la propria esistenza alla strada ferrata, e vedove di fu ferrovieri. I genitori di Fausto erano morti in un incidente stradale qualche anno prima e avevano ottenuto quell’appartamento perché entrambi lavoravano presso il buffet della Stazione Centrale di Bologna. Da allora quegli ottanta metri quadrati erano rimasti a lui, che i treni li detestava al pari delle automobili, e si spostava soltanto in bicicletta. Scapolo ultracinquantenne senza alcuna intenzione di sposarsi, di professione magazziniere, a Fausto era parso naturale dare una mano a Zeno quando questi gli aveva chiesto aiuto. Tutto quello spazio che aveva a disposizione andava condiviso per forza, anche solo per farci le pulizie, e inoltre lo deliziava infornare lasagne verdi per due. La differenza d’età che lo separava da quello stangone, che avrebbe potuto essere suo figlio, lo faceva sentire in dovere di proteggerlo. Zeno, da parte sua, gli era riconoscente, ma manteneva le distanze da chi gli dava alloggio e ristoro. Lo faceva perché ne aveva passate troppe per fidarsi del prossimo. Temeva che chiunque potesse tradirlo da un momento all’altro per proprio tornaconto. Usciva da solo, sbrigando commissioni per Fausto e comunicando a monosillabi e gesti con i locali, la cui parlata stretta non ancora afferrava. Per un suo eccesso di precauzione, preferiva disertare il centro e il vicino quartiere della Bolognina. Conduceva così una vita a scartamento ridotto attorno all’Oca, compresa grossomodo fra gli insediamenti di Bertalia e della Beverara. Nei cortili delle case degli Umili e delle case dei Topi, altri due complessi di abitazioni popolari in prossimità dei Ferrovieri, lo conoscevano tutti di vista. Fu anche per questo man mano più irragionevole timore ad allontanarsi da un circondario nel quale si sentiva al sicuro, che Zeno finì a lavorare come aiuto-magazziniere nel Centro di meccanizzazione primaria delle Poste Italiane. Lo aprirono alla fine degli anni ’70 a due passi dall’Oca, sempre lungo via Zanardi, ma verso Porta Lame. Fausto, il quale ci aveva messo più di una parola buona per trovargli quel posto, gli aveva detto che una volta lì sorgeva la residenza di un cantante lirico e poi anche uno zuccherificio. La villa di quella celebre voce bianca era stata bombardata e demolita, così la ciminiera di mattoni che svettava sul complesso postale restava l’unica superstite del passato. Fausto di zuccherifici se ne intendeva perché un suo parente aveva fatto costruire il primo impianto italiano di quel tipo, nel Lazio. Lavorare lì al CMP, come lo chiamavano fra colleghi, divenne prezioso per Zeno all’inizio degli anni Ottanta. In quel periodo, fra i colli che doveva smistare, se ne aggiunsero molti diretti al suo paese, dove se la passavano male per via di una calamità. Talmente male che nel luglio dell’82 quattro giorni dopo la vittoria dell’Italia al Mondiale, il presidente Pertini tolse le spese postali per i pacchi diretti sin là. Allora Zeno cominciò a mandare qualcosa anche lui, di nascosto dagli altri e senza mittente, aggiungendolo ai colli in partenza.
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La storica squadra di calcio della zona si chiamava l’Ancora. Ancora, con l’accento sulla prima a, e non sulla o. Qualcuno aveva deciso di chiamarla così, sebbene l’Oca si trovasse lontanissima dal mare, nonché distante dalle storiche vie d’acqua del territorio, il fiume Reno a nord e il canale Navile a est. I suoi colori sociali erano il verde e il bianco. Nella seconda metà degli anni Settanta giocava in un campo sportivo lontano dall’ex capolinea del tram numero 9, che aveva collegato l’Oca al centro città. Per arrivarci, bisognava montare in bicicletta e scendere lungo via Zanardi sino a Bertalia, fra campi e frutteti. Come in seguito, anche allora l’Ancora vivacchiava nelle categorie inferiori, eppure per alcune stagioni schierò un portiere fenomenale. I suoi compagni lo chiamavano Zeno la Molla, un po’ per la sua reattività e un po’ perché di cognome faceva Molenda. Qualcuno sosteneva che fosse del ferrarese, altri romano o campano, ma il diretto interessato non confermava né smentiva, poiché di sé non parlava affatto, e apriva poco la bocca, in generale. Un martedì del ’75, Zeno si era presentato a un allenamento, smilzo e lungagnone, lasciando che fossero i guantoni che indossava a suggerirne il ruolo ai futuri compagni. Piazzatosi fra i pali di una delle due porte, si era rivelato insuperabile sui tiri da fuori, ben posizionato sui calci d’angolo e travolgente nelle uscite basse. Non usava praticamente mai i piedi, ma sapeva rinviare il pallone con una mano o con l’altra oltre la linea di metà campo, sempre con estrema precisione. Presto si venne a sapere che quel portento di portiere viveva nelle case dei Ferrovieri, pur non avendo nulla a che fare coi treni. A dirla tutta, nessuno aveva capito da dove saltasse fuori e dove si fosse nascosto fino ad allora. Quando Oreste il corniciaio, che non si perdeva nemmeno una partita casalinga, chiese a Fausto, che ospitava il portierone in casa propria, perché non accompagnasse quel suo amico al Bologna Football Club, lui se la rise e rispose: «Ma lascia ben stare, va, che quei bei fenomeni se lo sono già lasciati sfuggire da sotto al naso una volta».
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Nella Capitale non si discuteva d’altro. Dal momento in cui la sparizione del compagno Molenda a Bologna aveva raggiunto la stampa, era divenuta un tormentone quotidiano. Ogni mattina spuntava e si pubblicava una nuova versione del modo in cui il giovane sarebbe riuscito a far perdere le proprie tracce. Le voci si rincorrevano lungo il fiume, da un ponte all’altro, raggiungendo mercati rionali, parchi e mense aziendali. L’opinione pubblica cittadina si divideva fra chi invidiava Molenda per il suo coraggio e chi, al contrario, lo riteneva un codardo o, peggio, un irresponsabile. Alcune ricostruzioni della sua fuga che riempivano le colonne dei giornali, e in particolare di quello del Partito, erano talmente fantasiose che il compagno ci faceva la figura di un autentico genio. Al contrario, chi lo conosceva bene nel suo villaggio natale, compresa la sorella intervistata dai reporter, lo definiva un ragazzone un po’ ingenuo, e non certo un sofisticato cospiratore. Comunque fossero andate le cose, la polizia si era messa subito al lavoro per rintracciarlo, ma senza ottenere risultati tangibili, perché era complesso coordinarsi a distanza con i colleghi bolognesi. Anche i dirigenti della squadra in cui militava e i quadri del Partito, si erano adoperati per tentare di fare luce sull’accaduto, nonostante le divergenze esistenti con i compagni del posto. Tutto inutile: Molenda pareva svanito nel nulla. Nessuno riferiva di averlo più visto dopo le ventitré e trenta di mercoledì 2 ottobre del ‘74 a Bologna; e nessuno riuscì a riportarlo nella Capitale. Al padre e alla sorella zitella, a Parcela, l’uomo non scrisse mai neppure una riga. E nemmeno ad altri, a cui avrebbe potuto.
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Quella notte, dopo i festeggiamenti negli spogliatoi dello Stadio Comunale per il superamento del turno di Coppa Uefa ai calci di rigore, la squadra polacca tornò in pullman all’albergo. Il portiere di riserva su quel torpedone non c’era. Nessuno dei compagni notò la sua assenza, o perlomeno nessuno la segnalò all’allenatore. Il mister, Pan Bogusław, snobbava quel ragazzo allampanato. Se lo era portato dietro a Bologna soltanto perché costretto dall’infortunio del proprio numero dodici, ma a stento sapeva che faccia avesse quel terzo portiere voluto dal suo predecessore – l’azero – e mai lo avrebbe schierato al posto del titolare, Sikorski. Ed ecco perché la sparizione del giocatore venne notata solo la mattina dopo, quando la squadra era in procinto di ripartire per Varsavia. Molenda, terzo portiere del WKS Gwardia non si trovava da nessuna parte e i suoi compagni non potevano certo trattenersi a Bologna in attesa che saltasse fuori. La faccenda venne tenuta nascosta all’inviato del quotidiano Przegląd Sportowy, ma immediatamente comunicata per telegramma ai vertici della Milicja Obywatelska in Polonia. Il Gwardia Varsavia era la squadra di questo corpo di polizia, finanziata dal ministero degli Interni per primeggiare. Se si fosse venuto a sapere che un suo giocatore aveva defezionato in Italia, sarebbe scoppiato uno scandalo.
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Terminato l’incontro, un giocatore della squadra ospite si era intrufolato in uno sgabuzzino negli spogliatoi del Comunale. Glielo aveva mostrato un magazziniere prima del calcio d’inizio e, durante l’intervallo, aveva tracciato sulla porta una M col gesso. Nonostante la partita si fosse protratta oltre i tempi regolamentari e quelli supplementari, venendo decisa ai rigori, tutto era andato per il verso giusto. Nessuno fra i compagni del calciatore, inebriati dal passaggio del turno, si era accorto che egli non fosse a fare baldoria in mezzo a loro. E nessun dirigente o giocatore del Bologna, neppure quel ficcanaso dell’allenatore Pesaola, era transitato davanti allo sgabuzzino quando il magazziniere ne aveva socchiuso la porta, invitando il polacco a sgattaiolarne fuori. Poco dopo, una stretta di mano fra i due uomini aveva suggellato la riuscita del piano. Zenon Molenda, diciannovenne di un metro e ottantotto d’altezza, si incamminò lungo un tunnel buio, stretto, in leggera salita e con svolte a destra e sinistra. Un paio di minuti più tardi riemerse nell’anello di un altro impianto sportivo al brillio dei fanali notturni. Scavalcatone il muro di cinta con un balzo felino, trovò rifugio nell’attiguo cimitero della Certosa. Vi trascorse insonne il resto della notte, vegliato dall’alto dalla statua marmorea di tal Giuseppe Gioacchino Grabinski.
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Esiste un tunnel che, passando sotto via Andrea Costa, collega lo Stadio Comunale all’Antistadio, in passato sede degli allenamenti del Bologna Football Club 1909. Dell’esistenza di questo passaggio, al quale si accede dall’Antistadio scendendo una rampa di scale e varcando una porticina chiusa a doppia mandata, erano a conoscenza soltanto i giocatori della squadra, il loro allenatore, il custode dei due impianti, massaggiatori e magazzinieri. Uno di questi ultimi rispondeva all’insolito nome di Fausto Grabinschi, pur essendo nato e cresciuto a Bologna. Aveva cinquantadue anni, ed era un omone corpulento e gran mangiatore di pastasciutta, dalla spiccata bonomia emiliana, cosa che lo rendeva benvoluto da tutti. Grabinschi si definiva l’ultimo rappresentante in città di una nobile famiglia d’origine polacca, che poteva vantare come capostipite un generale napoleonico, annoverava fra i propri ranghi donnaioli, imprenditori e giornalisti, oltre ad avere una propria cappella monumentale alla Certosa. Era questo magazziniere una delle tre persone in possesso di entrambe le chiavi necessarie ad aprire ambo gli accessi al tunnel fra il Comunale e l’Antistadio. Cosa ancora più importante, nessuno sapeva che Grabinschi era riuscito a farsi fare una copia di quelle chiavi, sfilando via le originali e poi rimettendole al loro posto senza essere visto. Sottrazione, duplicazione e restituzione erano avvenute il 2 ottobre 1974, durante la pausa pranzo del custode dello stadio, alla vigilia del match di ritorno fra Bologna e Gwardia Varsavia, valevole per gli ottavi di finale di Coppa Uefa.
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Zenon sapeva qualcosa di Bologna. Suo zio Albert si trovava lì vicino. Ci aveva battagliato assieme al Secondo Corpo d’Armata polacco. Era stato ucciso da un proiettile vagante due giorni prima che si arrivasse alla Liberazione, nella primavera del ’45, e la salma era rimasta lì, interrata nel cimitero militare di San Lazzaro di Savena. Sua madre lo sapeva e conosceva anche l’ubicazione precisa di quella tomba, perché le era stata comunicata appena finita la guerra, ma non aveva potuto posare un fiore o accendere un lumino accanto alla croce dello zio. Ora, l’occasione di essere aggregato alla prima squadra per quella trasferta di coppa europea a Bologna pareggiava il debito con la buona sorte contratto dalla sua famiglia. Zenon intendeva scovare quel cimitero militare e visitare la tomba del fratello della sua povera mamma, caduto in Italia alla sua stessa età. C’era poi un’altra faccenda privata a suggerirgli di lasciare Varsavia in fretta. Sospettava che qualcuno sapesse di certe sue inclinazioni poco ortodosse agli occhi della propria famiglia e a maggior ragione del club che lo stipendiava e della Milicja Obywatelska. Un conto era nasconderle ad Agata e a suo padre, bigotti com’erano, un altro celarle alla dirigenza del Gwardia, e quindi al ministero degli Interni, e quindi al Partito. In quanto calciatore, nonché dipendente, della squadra della polizia, Zenon non poteva deviare dalla norma. Temeva che qualora queste sue inclinazioni venissero scoperte e rivelate, il suo contratto sarebbe stato stracciato e qualcuno dall’alto gli avrebbe impedito di firmarne un altro, o addirittura di trovare un posto in fabbrica. Per non parlare delle ripercussioni su chi gli stava più a cuore, che non intendeva esporre a simili umiliazioni.
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Il giorno del provino per il WKS Gwardia se lo ricordava benissimo. Lo avevano tenuto sulle spine per settimane, dopo quella visita a Parcela dell’allenatore delle giovanili, un certo Twardowski. Questo signore sovrappeso e balbuziente aveva suscitato una pessima impressione presso suo padre e sua sorella. Appena era ripartito su una Volga nera, Agata aveva ironizzato che, al pari dell’omonimo protagonista della leggenda, l’emissario del Gwardia doveva aver stipulato un patto con il diavolo per ritrovarsi a svolgere un simile incarico. O forse, aveva aggiunto sarcastica, era lui a cercare anime a cui fare firmare un contratto per rivendergli l’anima. Suo padre, come al solito, aveva taciuto sia mentre Twardowski era presente sia subito dopo. Zenon sapeva leggere fra le righe di quei silenzi, e quella volta vi aveva colto la contrarietà del contadino ad affidare il proprio unico figlio maschio a un soggetto del genere. Trangugiando un biscottino da the dopo l’altro, e fissando un po’ troppo a lungo le braccia abbronzate di Agata, Twardowski aveva spiegato che il ragazzo era stato notato per puro caso «da un em-em-emissario del cl-cl-club», mentre giocava in quel paesello. L’osservatore era rimasto folgorato dalle doti di quel giovane e alto portiere capace di mantenere la porta inviolata compiendo degli interventi prodigiosi. Tuttavia, erano passati tre mesi prima che il postino consegnasse una raccomandata nella quale si invitava il signor Molenda a presentarsi a Varsavia il tal giorno e alla tal ora presso lo stadio del WKS Gwardia.

L’impianto si trovava a Mokotów, accanto al cimitero militare dell’Armata Rossa. Aveva un anello di spalti, una tribunetta coperta, una postazione sopraelevata per i giornalisti, una pista d’atletica in terra battuta a racchiudere il rettangolo di gioco e, per fortuna di Zenon, un autobus di linea vi fermava accanto. La fascia orizzontale rosso-bianco-blu, i colori sociali del club, era riprodotta qua e là all’interno degli spogliatoi. Siccome la sera prima aveva piovuto copiosamente, il provino avvenne in un pantano. Durò un’ora scarsa. L’aspirante portiere venne messo alla prova da una serie di conclusioni ravvicinate scagliate dai giocatori dell’undici titolare. Poi fu la volta dei colpi di testa da traversoni, infine di una lunga serie di calci di rigore. In quelle condizioni, i palloni di cuoio con le cuciture a vista erano pesantissimi e, una volta toccata terra, schizzavano via in direzioni imprevedibili. Zenon parò e parò, e di rado capitolò. Talvolta respinse coi pugni, ogni tanto riuscì a bloccare la sfera, accartocciandosi su di essa nella melma dell’area piccola. Twardowski, che assisteva da bordo campo fumando sigarette, e offrendone a una formosa mora, pareva apprezzare la performance, almeno a giudicare dalla verve che lo animava nel parlarle. Tuttavia, non fu lui bensì l’allenatore della prima squadra, Yuri Konstantinovich Kuznetsov, a comunicare in russo a quel sedicenne coperto di fango dalla punta degli scarpini alla fronte che poteva considerarsi uno del Gwardia. Anche se doveva migliorare sulle uscite alte. La prima persona a sapere di quella notizia fantastica dalle labbra di Zenon, la sera stessa, non fu né sua sorella, né suo padre, ma qualcuno a lui caro. Una persona della cui presenza e importanza nella sua vita sia Agata sia papà Molenda erano, e dovevano rimanere, all’oscuro.
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Agata sospettava che suo fratello non fosse del tutto sincero. Da quando la loro mamma non c’era più, e il babbo si era rinchiuso nei propri silenzi, toccava a lei fare i salti mortali per tenere insieme quanto restava della loro famiglia. Zenon avrebbe potuto darle una mano o almeno non remarle contro, ma quello se ne infischiava e passava tutti i santi pomeriggi dopo la scuola a prendere a calci un pallone. Anzi, neppure lo calciava, il pallone, ma lo respingeva con le mani, e alle volte nemmeno quello. A diciott’anni compiuti, lei aveva già troppo a cui pensare per perdere tempo a sgridare un quattordicenne indisciplinato. Avrebbe desiderato che suo fratello e il suo babbo sapessero cavarsela da soli, ma questo era impossibile, e perciò le toccava coprire il vuoto lasciato dalla mamma. Era lei a cucinare e mettere in tavola due pasti al giorno, a lavare e rammendare la biancheria, ad assicurarsi che la casa fosse presentabile e l’orto fruttifero, facendo miracoli per comprare l’indispensabile con pochi spiccioli. Ad Agata non mancavano gli spasimanti, a Parcela e anche altrove, ma nessuno di loro aveva mai fatto sul serio. Le piaceva illudersi che fossero intimiditi dalla sua avvenenza, ma in realtà l’ipotesi più probabile restava che fosse il suo caratteraccio a impedire a quei campagnoli di proporle un fidanzamento. Ed era un peccato, perché un marito l’avrebbe sottratta a quella vita di sacrifici quotidiani per due uomini irriconoscenti. Perché passi per il babbo, che taciturno lo era stato anche prima, ma Zenon a lei non la contava giusta: era lampante che le nascondesse qualcosa di grosso, ma di cosa si trattasse continuava a sfuggirle. Pregava che suo fratello affidasse almeno al segreto del confessionale quanto aveva scelto di tacerle, ma in cuor suo temeva – Gesummaria! – che quel bell’elemento avesse deciso di vivere nel peccato.
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Al campo di Parcela esisteva una porta sola. Era stata tirata su conficcando due travi metalliche da impalcatura nel terreno e imbullonandone una terza in cima, perpendicolare, a formare la traversa. La porta dal lato opposto veniva improvvisata con degli stracci arrotolati. Per sincerarsi che fosse in asse con quella principale, e larga suppergiù uguale, c’era sempre qualcuno che misurava fra i sessanta e gli ottanta passi – di più non si poteva, vista la presenza di una recinzione – per il lungo, procedendo diritto in corrispondenza di ciascun palo. Questo non era di per sé indice di accuratezza, poiché il terreno presentava degli avvallamenti, era in discesa verso sud, e pure sassoso. L’erba che vi spuntava all’inizio della primavera durava il tempo di due o tre partite, prima di uscirne sconfitta: calpestata, strappata, masticata e sputacchiata. Questi incontri potevano durare pomeriggi interi e si svolgevano di solito in otto contro otto. I cambi erano consentiti solamente in caso di numero dispari di giocatori. Fu lì che conobbi Zenon, una volta che mi presentai a partita in corso, divenendo il diciassettesimo uomo. «Oh! Entra lui al posto mio», annunciò, vedendomi a bordo campo, appoggiato a un castagno, indeciso sul dichiararmi o meno presente. E poi: «Ti scoccia stare in porta?» Cominciò così, con tre reti incassate in cinque minuti, la nostra amicizia. Chi l’avrebbe mai detto dove ci avrebbe portato nel giro di poco, e con quali sconquassi a venire. Io ero di due anni più grande, ma a vederci assieme, fianco a fianco, nessuno l’avrebbe detto, perché lui mi sovrastava in altezza e persino a radersi la barba iniziò prima di me. Da Parcela ero passato per lavorarci. Facevo l’apprendista giardiniere al soldo di un cugino, che mi stava inculcando il mestiere. Quel pomeriggio ero al campo da calcio perché avevamo terminato una propagazione a innesto in anticipo e c’era un’ora da ingannare prima che ripartissimo sul furgone per iniziare una potatura a Izabelin, il paesino accanto.
Era il 18 settembre del ’69: impossibile dimenticarmene. Oggi che scrivo di lui, a distanza di quasi sessant’anni, non so di preciso cosa gli sia capitato da quel 2 ottobre del ’74 in poi. Forse Zenon riuscì a tornare in Polonia, quando le acque si calmarono e tutto il resto mutò, o magari me lo sono immaginato. Di sicuro c’è che andai a cercarlo io, a Bologna, la prima volta nel giugno 2004, non appena entrammo nell’Unione Europea, perché prima il passaporto che serviva per arrivarci non ce l’avevo. In una città a me ignota, la cui lingua allora non afferravo, cercai il suo cognome negli elenchi telefonici cartacei e in quelli telematici, nelle anagrafi di quartiere e persino sulle lapidi della Certosa, ma senza trovarlo. Mi convinsi che doveva averlo cambiato. Forse, come era accaduto a me, panchinato a Varsavia, quella sua nuova vita lo aveva visto sposarsi, diventare padre, mandare al macero passioni trascorse senza neppure rispedirle al mittente. Ed ecco perché scriverne adesso che mi trovo a Bologna per l’ultima volta, a ritroso, mi dà conforto. Poco fa, al cimitero militare di San Lazzaro di Savena ho posato un mazzetto di gerbere lilla accanto alla croce del caporale Albert S., scomparso il 19 aprile 1945, e l’ho pulita con una salvietta. Dalla finestra della mia stanza, in un palazzone nei pressi dell’aeroporto, ora, vedo il Colle della Guardia con la basilica di San Luca in cima; la stessa che lui avrebbe potuto sfiorare. E chissà che noi due non ci si riveda all’ombra di un siliquastro, fra l’Oca e Roveretolo.
Lorenzo Berardi fa il giornalista e l’insegnante di lingue all’estero. Si occupa anche di marketing, ma prima o poi smette. Ha pubblicato un libro sulle radio libere bolognesi e uno sulle emittenti italofone d’Oltrecortina, oltre a qualcos’altro qua e là. Litiga da anni con il polacco e con il rovescio bimane.
In copertina: Papier à motif répétitif, Jacquemart et Bénard (Paris), 1799. Bibliothèque nationale de France.
