Giorgio Luigi Borghese autore del Menard[1]
L’opera visibile lasciata da questo romanziere è di facile e breve enumerazione.
Eppure, i coccodrilli, concentrati sulla bizzarra morte più che sulla bizzarra vita del duca Giorgio Camillo Scipione Luigi Borghese Orsini, riportano ingiustificabili sviste, e per di più omettono – perché non la conoscono, o non la capiscono – l’occupazione degli ultimi anni del mio amico: la più grande opera di empatia e comprensione mai progettata.
Le loro volgari ricostruzioni, e offensive, sussurrano tra le righe la parola suicidio indicandola con un cenno del capo laddove scrivono incidente e dinamiche da chiarire. Tale erronea speculazione, ancorché comprensibile, ignora però fattori noti a pochi e che spero di spiegare in questa sede.
Il duca[2] nacque a Roma nel 1989 da Aristide Borghese e da quella Paola Borghese[3] che l’amico Franco Maria Ricci definì mecenate bibliofila nei ringraziamenti del primo volume della collana La biblioteca di Babele.
La passione di Giorgio per il quasi omonimo Jorge Luis Borges – mi confessò all’ultimo bicchiere di una serata in cui rimanemmo e pluribus duo[4] – era la ricerca di un figlio per l’amore dei genitori, che lui sapeva riposto nelle opere di Borges. Da lì: leggere Borges, capire Borges, e, fatalmente, essere Borges.
«Che poi a me neanche piace scrivere», disse prima di svenire.
Ma il seme era piantato, e crebbe in lui manifestandosi innanzitutto con la necessità di pubblicare. Non stupirà che un giovane nobile trovò il tempo e le connessioni per esordire a diciott’anni con la benemerita casa editrice Francantoni. Riporto le sue pubblicazioni, un diagramma della sua storia mentale:
- Kant e Hegel nella cucina italiana e francese (Francantoni, 2007); un romanzetto di formazione, in cui un ragazzo spiega la vita a chiunque abbia la sventura di avvicinarsi[5].
- Che sol sé stesso et null’altro somiglia, in Il Parco dei Mostri (Serpentieri S., L’Orco, 2008); introduzione a un volume dedicato al famoso Parco, che ha scritto in quanto ultimo discendente dei duchi di Bomarzo. Questo testo chiude quella che chiamava la sua lamentable obra. Si intravede una scrittura che inizia a riflettere su di sé, anche per merito dei molti livelli di lettura del soggetto che indaga. Segue uno iato editoriale che lo porterà a fare un balzo in alto e non atterrare più.
- Psychose ou Psycho et Psycho ou Psychose (Cahiers du cinéma 930, 2010); Giorgio commenta le recensioni originali di Psycho di Hitchcock e del remake scene by scene di Gus Van Sant, volutamente invertendole.
- Effimero (Piccolo Edizioni, 2013); la consacrazione. La prima pagina riassume la vita di un nobile esploratore novantenne che si accascia morente; le altre 702 pagine raccontano la vita e l’esperienza estetica di un efemerottero che nasce in quel momento in quella stanza. Per quanto la retorica sia evidente, essa stessa si perde nelle pagine e pagine di osservazioni e sensazioni dell’animale, fino alla sua morte, schiacciato dalla caduta dell’esploratore morente della prima pagina.
- Esercizi di stile su Esercizi di stile (L’Espresso, 22.2.2013); brillante recensione dell’opera di Queneau a 110 anni dalla nascita. Il gioco con il lettore consiste in un unico e breve testo di valutazione del libro, che ha un valore diverso a seconda di quale exercice si prende a riferimento, passando dall’elogio fino ad aspre stroncature senza cambiare neppure una parola.
- Gli abominevoli specchi, (2014, inedito[6]); breve romanzo, o meglio novella, in cui dal profondo dell’abisso dell’inferno, un dannato risale tra fatiche e tormenti per arrivare fino al paradiso, che vede stupendo sopra di sé. Quando finalmente lo raggiunge, scopre di aver sempre guardato in uno specchio.
- Il guardiano della soglia (Crusoe 1, 7.9.2015); per il primo numero della sua nuova rivista letteraria, la redattrice e amica Silvia Campo chiede a Giorgio un contributo sul suo Borges. Qui Giorgio spiega come, secondo lui, il primo racconto (Tlön, Uqbar, Orbis Tertius) della prima raccolta di Borges, Ficciones, non sia altro che un tentativo di scoraggiare il lettore ad andare avanti, un setaccio per filtrare chi potrà amarlo, e proteggerlo da chi non ne sarebbe capace. Dopo questo rituffarsi in Borges, Giorgio non si occuperà più di altro, per i tre anni che gli restano.[7]

I giornali generalisti hanno parlato di freschezza e addirittura di capolavoro per il suo orrido esordio giovanile. La vulgata di nicchia, invece, considera Effimero il suo apice, ma del suo vero apice Giorgio non ha lasciato traccia.
Dopo l’articolo per Crusoe, e dopo la prima volta che la madre non lo riconobbe, Giorgio mi parlò del suo progetto di riscrivere il Menard. Voleva comprendere Borges, letteralmente.
Il racconto Pierre Menard, autore del Chisciotte è noto tra gli addetti ai lavori sia per il suo contenuto, sia per le vicende che hanno portato Borges a scriverlo. L’argentino lo creò a seguito di un incidente accaduto alla Vigilia di Natale dei suoi ventinove anni, quando saltando dei gradini batté la testa su una finestra aperta, la ferita andò in setticemia e lui rischiò la mente, preda di allucinazioni, e la vita. Ripresosi, aveva paura di aver perso la capacità di scrivere, allora per mettersi alla prova scrisse questo racconto, in cui l’immaginario simbolista francese Menard si impone l’obbligo di arrivare a riscrivere parola per parola il Don Chisciotte di Cervantes, senza riadattarlo, senza ricopiarlo, ma vivendo una vita che lo porti a scrivere quelle esatte parole in quello stesso ordine, ma con un nuovo significato.
Allo stesso modo, Giorgio voleva riscrivere il primo racconto di Borges per assimilare la sua coscienza e diventare così il primo umano ad appropriarsi di una coscienza altrui.
Dibattemmo a lungo su quale potesse essere il primo racconto di Borges. Le nostre piacevoli litigate si protraevano nei giorni. La mia posizione, cioè che il primo racconto fosse La visera fatal, scritto da Borges a sei anni, fu bombardata da Giorgio: quello era forse il primo racconto del piccolo Jorge, ma non di Borges, non era neanche un racconto, così come il primo disegno di Artemisia Gentileschi non era un quadro. Inoltre, aggiungeva, se davvero volevo risalire in questo modo al primo racconto, questo non sarebbe stato un racconto compiuto, ma solo un’idea pensata e mai scritta. Dunque, accettai che per capire in maniera empatica totale il Borges scrittore, per capire cosa differenziasse il grande Jorge Luis Borges da un Giorgio Luigi Borghese qualsiasi (così diceva), bisognasse scrivere il suo primo racconto da scrittore. Però, anche tralasciando le pubblicazioni del ‘33 (poi ampiamente rimaneggiate in Storia dell’infamia), mi sembrava innegabile che L’accostamento ad Almotasim fosse il primo racconto di un grande scrittore. Anche qui mi scontrai con un muro: L’Accostamento, per Giorgio, non era altro che un prodromo, un Giovanni Battista che annuncia l’arrivo del Messia. Infatti, diceva, nell’Accostamento, Borges ha un pensiero, ma non ancora un’idea. Il pensiero è semplice: invece di scrivere lunghi libri per dimostrare il proprio punto, Egli poteva fingerli nella propria mente e commentarli in un raccontino. Fin qui un pensiero brillante ma che non comprende le proprie potenzialità. Il Borges dell’Accostamento era diverso dal Borges del Menard, così come era diverso il genio cinese che inventò la polvere da sparo per fare i fuochi d’artificio dal genio criminale che la usò per uccidere, realizzando in concreto un potenziale terribile. Il Borges del Menard fece scoppiare la polveriera dell’Accostamento, e uccise le parole. Da dopo il Menard, chiosava Giorgio, il significato delle parole non sta più nelle parole, ma nel mix di fotoni e pulviscolo che sta tra la pagina e il lettore. Quindi, concludeva, Pierre Menard, autore del Chisciotte è il primo racconto di Borges e, a conti fatti, anche l’unico racconto che esiste.
Tale diatriba avrebbe potuto essere evitata se Giorgio alla mia domanda «Ma perché il Menard?» avesse risposto sinceramente «Mi piace». Ma credo che avremmo perso tutti qualcosa.
Giorgio mi regalò tutti i suoi libri di Borges per non avere la tentazione di sbirciare, e mise a punto un software che chiamò Mastermind, come il gioco in cui bisogna dedurre una segreta sequenza di colori attraverso tentativi e indizi. Allo stesso modo, Giorgio scriveva una stesura del Menard al meglio della propria comprensione di Borges e la sottoponeva al programma che gli risputava la sentenza, fatta di tot parole giuste al posto giusto, tot parole giuste al posto sbagliato e tot parole sbagliate. Giorgio poi si immergeva in un aspetto della vita di Borges di cui aveva notato delle carenze nella propria esperienza personale (per esempio il frequentare una scuola in Svizzera, o gli studi danteschi) e quindi si dedicava a una nuova stesura. Confrontava i nuovi risultati con i vecchi e proseguiva. Fu un processo doloroso, perché i risultati erano deludenti, ondeggianti e con poche prospettive di miglioramento. Eppure, quando riusciva, restavamo sgomenti. Mi fece vedere una citazione del Chisciotte citato in Menard che era riuscito a ricostruire e la commentammo insieme, meravigliati dai nuovi significati raggiunti:
… la verità, la cui madre è la storia, emula del tempo…
Cervantes non si focalizzò sul paradosso della verità come figlia di un’emulazione, e Borges lo evidenzia nel Menard, ne fa una ripresa brillante ma beffarda, che punta il dito. La versione di Giorgio è invece delicata, e dolce, con un tocco autobiografico nella figura della madre, ai suoi occhi fonte di verità, ma succube del tempo, vittima della senilità, a cui non scappa chi scappa da tutti gli altri mali.
Troppo radi erano questi lampi di bellezza poetica propria, nella scrittura di un altro, per poter dire che l’impresa procedeva con successo. Giorgio si avvicinava quasi ai trent’anni, quando ebbe l’idea per scavalcare il fossato che separava l’insoddisfacente Giorgio Luigi Borghese dal grande Jorge Luis Borges. Fu l’unica idea che non condivise con me. E così, la Vigilia di Natale cercò di ferirsi alla testa colpendo l’imposta di una finestra aperta sulle scale. Non so se il colpo in testa gli fece perdere l’equilibrio o se magari l’infisso abbia ceduto per la forza dell’impatto, ma Giorgio cadde di sotto. Insieme a lui cadde anche il laptop che conteneva il software Mastermind e i suoi scritti, perduti nei frammenti che hanno costellato l’asfalto nero e rosso.
Io ricordo però l’inizio dell’ultima versione che mi fece vedere, gongolante per aver trovato un’ottima apertura:
L’opera visibile lasciata da questo romanziere è di facile e breve enumerazione.
[1] Riproduzione della trascrizione rivista di un intervento originariamente pubblicato in AA. VV. “Atti del XXII convegno sulla Letteratura Ispanofona e le sue Ripercussioni in Italia”, Barcellona Pozzo di Gotto, gennaio 2019, pp. 22-26.
[2] Odiava che lo chiamassero così. Perdona, Giorgio, un ultimo motteggio.
[3] Trattasi di due famiglie Borghese diverse, questa origina da Siena, quella del marito da Roma.
[4] Più per nostalgia che per puntiglio, ricordo che durante quella serata, intervennero alcuni amici leggendari, come il fenomenale chitarrista cubano Máximo Francisco Repilado Muñoz e Graciela Noemì Zapala, il cui vero nome pronunceremo più volte a breve.
[5] Mi permetto di irridere la sua prima pubblicazione, perché ben so che il primo odiatore di quel libercolo fu l’autore stesso.
[6] Me lo inviò per un parere, gli risposi solo che era stupendo, e lui buttò tutto quanto definendo il racconto inutile quanto il mio commento di esso. Lo cito nella speranza di un editore esoso che voglia spremere il sangue dalla rapa della sua morte.
[7] Lasciò incompiuto anche un articolo per il prestigioso Classical Quarterly, di cui avevo letto una bozza entusiasmante, intitolato provvisoriamente Da Mimnermo al rap moderno: cenni di parentela tra rime d’occasione, performance e intertestualità.
Marco Bonavia, classe 1992, ha giocato in serie A1 di rugby (poi è retrocesso); ha studiato lettere antiche e cinema; ha pubblicato un racconto, Il proteo, nell’antologia Oltre il velo del reale: raccolta di racconti distopici, a cura di Franco Pezzini.
In copertina: Papier à motif répétitif, Jacquemart et Bénard (Paris), 1799. Bibliothèque nationale de France.
