Ero lì la sera in cui Dio posò la sua mano destra sulla testa del buon Aureliano Peroni e quello, diventato d’improvviso Orfeo, cantò al pallone una melodia che gli uomini avevano dimenticato per accompagnarlo nel fondo della rete del Monumentale di Medellin. La mano destra di Dio, il piede sinistro del Peroni: un chiasmo d’indicibili gioie per almeno ventiquattro settimane nel barrio di Nuestra Señora de la Paz, la reggenza proclamò una nuova festività cittadina, barili di vinotinto grandi come ragazzini già in età da matrimonio furono versati per le strade e per tutto il periodo dei festeggiamenti gli avellanedensi dovettero munirsi di piccole imbarcazioni fabbricate in casa per spostarsi da un cantone a un altro della città. L’avvocato Eduardo Valona divenne una delle migliori attrazioni di tutta la vasta americalatina, con il suo pseudogaleone da scorrerie e il suo malcelato feticismo per la moda piratesca e da Veracruz, Asuncion, Madrigal e tante altre remote tane di questo continente, orde di dolenti adolescenti fecero a gara per salpare alle sue dipendenze, sotto la corona intrecciata d’ayahuasca. Alla porta dell’ufficio dell’ammiraglio Coloccini, la rivendita nella zona dei cantieri navali, gli autoctoni si presentavano in processioni quotidiane, infilavano le banconote negli stipiti delle porte e delle finestre per accaparrarsi un pedalò, una gondola o, nella peggiore delle ipotesi, quattro casse di legno e un lenzuolo lercio di storia per tirar su una zattera. La febbrile mercanzia andò avanti fino al giorno in cui non ebbe più nulla da vendere e, levate le ancore e issate le tende di pizzo in cima al tetto, l’ammiraglio salpò verso nord e dicono che ora viva di pesca e noia nel suo negozio a largo di una costa della California meridionale.

Tutte queste cose ricordo di averle viste, affacciato dal balconcino del mio quarto piano in Avenida de Mayo – un paio di scale più in basso e sarei morto ubriaco, avrebbero ritrovato il mio cadavere a un passo dall’oceano, equivocato per una pessima partita di Malbec – dove passai quel mezzo anno e anche il seguente e quello successivo ancora a domandarmi come avessi fatto a perdermi il goal che ci regalò la vittoria. Ero lì quando la totalità delle stelle della costellazione del Drago congiurò per pettinare l’erba colombiana, in modo tale che la freccia scoccata dalla faretra del Peroni centrasse il bersaglio, un tardo pomeriggio di metà giugno, glorioso e finto come un sorriso bollywoodiano, la torcida puzzava di ansia e spasmi e non vidi nulla.
E adesso perdo il conto della quantità di bambini, adulti, anziani che in un modo o nell’altro hanno provato a fornirmi la propria spiegazione e la propria minuziosa valutazione dei fatti, il pallottoliere che avevo adibito a questa specifica funzione lo ha sequestrato in un raid notturno il gatto dei miei vicini – e vada in malora la matematica. Che il Peroni, El gaucho de San Miguel, con la sua carne e le sue ossa, le magnifiche ossa custodite sotto i tendini del suo avampiede mancino, os non comminuetur eius!, la insaccò e la insaccò di gran carriera, io lo seppi e lo sentii. Tutto lo stadio si compresse e si riespanse come un grande polmone in un unico respiro di gioia, in un lungo orgasmo di cui si sarebbe faticato a scorgere il tramonto.

E se Eduardo Belloni che era là nel suo seggiolino di primafila verrà qui ancora una volta a dirmi che fu tutto un accidente maledetto dovuto a una convergenza di fumo e di vento, un capriccio del Pampero che mi sputò negli occhi un pugno di caligine per farmi scontare le colpe della mia prozia che a Cancún dissotterrò una distesa di mangrovie sacre a qualche idolo azteco, lo scannerò con queste mani. Venga, venga pure Juanito che era là, in seconda fila, a ribadirmi che la colpa fu del venditore di patate al cartoccio, il presunto folle che, in preda all’entusiasmo dell’acquolina in cui si stava infradiciando tutto, lanciò in aria un grosso tubero a frapporsi con chirurgica precisione fra me e il momento. O il figlio della maga, lui che quella notte aveva un posto privilegiato nella tribuna d’onore dove poté prendere commiato dalle sue verginità, può provare a spiegarmi un’altra volta e un’altra ancora che in un’estasi mistica io vidi e anticipai la giocata con gli occhi della mia anima e dunque a che pro concedersi un bis superfluo?
Foschie mitiche, patate e tanto meno Aureliano Peroni: di tutto ciò io non vidi né previdi nulla. Un ermetico sottovuoto di pupille e cornee stipato nella credenza della memoria sgomita e mi sloga il presente, quando scende la sera. Se ci penso con attenzione, non sono neanche sicuro di aver esultato a Medellin e qui, in seguito, assieme all’amabile Belloni, a Juanito, al cucciolo di cartomante, o comunque è da un po’ che non ho loro notizie. Solo a volte, dal fondo della mia sdraio, vedo i loro cadaveri galleggiare nel fiume di vino di Avenida de Mayo, sotto un sole malato che li bacia sulla bocca e ripenso al goal che tutti noi vedemmo e non vedemmo.


Andrea De Luca Italia nasce a Roma, nello stesso anno in cui esce (What’s the story) Morning Glory?. Una sua poesia e un suo racconto sono apparsi, rispettivamente, negli e-book Sunday Poets. Il futuro, uno sguardo sul mondo che verrà (La Stampa/40K, 2015) e Domani Ti Scrivo (Mondadori, 2020). Nel 2022, vede la luce stasi inquiete (Eretica, 2022), la sua prima raccolta di poesie.