L’ambulanza è ferma, a luci spente, qualcuno deve averla chiamata ma è evidente che non serve più, un povero cristo è morto sull’asfalto e i vigili stanno cercando qualcosa nello spazio recintato, mentre un pompiere piantona il corpo. Gli manca un piede, il sangue deve essere uscito tutto da lì, c’è una chiazza marrone sulla strada, dal moncherino una scia curva fino allo pneumatico di un furgone giallo, mi pare di averlo già visto da qualche parte.
I poliziotti allontanano i curiosi, la gente in questi casi desidera vedere, l’adrenalina di pensare alla sfortuna di chi ci ha rimesso la pelle, e meno male che non è toccata a noi, dicono, e però se la sono cercata, dicono, guardavano il telefono, andavano di fretta, non hanno dato la precedenza. Io di certo non sono qui per quello, il voyeurismo spicciolo non mi appartiene, io non sono qui per quello, anche se non mi ricordo perché sono ancora qui. Forse per testimoniare? Forse ho visto qualcosa, stamattina, andando al lavoro, forse ho visto il morto e sono rimasta traumatizzata lì, sul luogo dell’incidente. Dov’è finita la borsa? Non riesco a vedere la mia bicicletta.
D’altra parte, nessuno pensa a me, mi stacco dal muretto di cemento e cerco di andarmene, mi avvio verso il nastro rosso e bianco che chiude la strada oltre il furgone, fino al semaforo che alterna verde e rosso inutilmente. Una mano mi ferma, afferra la spalla destra, a terra si allunga un’ombra che sembra quella di un condor. Non è un uccello, però, è mia suocera, solo che la sua testa è tanto piccola perché ha perso tutti i capelli e ha un collare di pelliccia bianca avvolto intorno alla nuca, aperto sulla gola di qualche centimetro. Il naso adunco, grigio nella luce del mattino, sembra proprio il becco di un condor delle Ande. Le chiedo cosa ci fa sotto casa mia, lei mi risponde che devo restare lì ferma nel recinto. Sempre più magra, questa donna, si è ancora accorciata, dall’ultima volta. La mantella nera, rialzata tra la nuca e le spalle, sembra l’attaccatura delle ali di un grifone. E quelle aste sottili su cui trotterella, seguendomi, paiono le zampe di un grosso uccello malfermo.
La accontento, indietreggio fino al marciapiede esterno del mio garage e qui vedo il piede mancante, con un pezzo di caviglia, nera di grasso, è dietro i bidoni dell’umido.
«Non toccare», gracchia mia suocera. Le obbedisco di nuovo, perché ha ragione. Anche se è stronza e deve mettere becco su tutto, stavolta ha ragione. Non devo interferire con la scena dell’incidente, non devo interferire, non dovrei neanche essere lì. Il piede sembra piccolo, forse è quello di un ragazzo, mi afferra un crampo allo stomaco giusto il tempo di un respiro difettoso, poi mi ricordo che per fortuna Paolo e Fabio a scuola li porta Damiano, con la macchina.
Mi guardo intorno, mi viene il sospetto di essere stata io a investire il ragazzo, altrimenti che ci faccio qua? Lo chiedo a mia suocera, lei scuote la testa. Penso che se fossi stata io ci sarebbe la mia auto, mi starebbero intorno i carabinieri, ora invece stanno parlando con qualcuno che non riesco a vedere bene, sui sedili posteriori della gazzella.
«Non muoverti, guardati bene intorno». Questa volta non la ascolto, quell’arpia, che cazzo vuole? È colpa sua se stamattina sono uscita in ritardo, se nella fretta ho lasciato il telefono da qualche parte, un pedale della mia bici si era incastrato tra i raggi di quella di Fabio. La nonna tirchia non ha voluto comprargli la bicicletta per il compleanno, così a dieci anni deve andare ancora in giro con quella piccola. Con tutti i soldi che ha. Spingo a lato, con la gamba, il bidone vuoto, ci metto tutta la forza ma si muove di appena un millimetro. Riprovo con le mani e il polpaccio destro, con uno sforzo sovrumano e l’aiuto di una folata di vento riesco a spostarlo di quindici centimetri. Ora potrebbero vederlo, il povero piede, mi sbraccio per chiamare i vigili del fuoco ma nessuno mi ascolta. Non sanno che farsene di una testimone stressata dal trauma, a che serve una testimone che ha perso la memoria? Ho l’orologio di mio figlio al polso, sono le 8:45, dovrei essere al lavoro già da mezz’ora.
Seduto sul gradino del marciapiede di fronte c’è l’autista del furgone giallo, con la faccia sulle mani e le dita nei capelli. È stato lui a investire il ragazzo, io non c’entro, menomale, tiro un sospiro di sollievo, anche se ancora non ricordo di aver visto l’incidente. Anzi, non ricordo proprio di essere tornata indietro e aver preso la macchina, invece ho sistemato la catena della bicicletta, era uscita due volte, mi pare, la seconda volta per aver fatto la salita del garage in fretta, scalando dalla quinta alla prima.
Lui gliela aveva chiesta una bici nuova, alla nonna, per il suo compleanno, ma quella spilorcia insopportabile aveva trovato ogni scusa per non scucire 250 euro al nipote, con tutti i milioni che ha in giro per il mondo. Quando sarai più grande compriamo quella definitiva. Se Fabio avesse avuto una bici più grande il pedale non si sarebbe incastrato a quell’altezza e io non avrei dovuto scuotere il telaio e strattonare a scatti la ruota.
Invece, uscita dal garage e chiusa la porta basculante, mi sono accorta che la catena si era staccata dalla ruota dentata e avevo anche pensato di andare su a casa per prendere i guanti, ma non volevo arrivare tardi in ufficio, eh, in ufficio oggi ci arriverò parecchio in ritardo. Quando la catena era uscita di nuovo dalla guarnitura, avvoltolandosi intorno alla pedivella, avevo deciso di andare su, per le chiavi della macchina, e per lavarmi le mani sporche di grasso. Alle 7:40 non c’era ancora molto traffico e avrei recuperato quei dieci minuti di ritardo che mi seccava sprecare così, per la catena della bici. Quindi ho preso le chiavi di casa dal cestino ma poi mi sono ricordata appena in tempo che avevo prestato la macchina a Damiano, perché la sua ha un fermo amministrativo a causa di sua madre. Per risparmiare sul commercialista siamo diventati evasori fiscali anche noi.
La suocera mi scuote: «guarda», ma intorno a me non c’è niente da vedere, c’è questo uccello grinzoso che ancora non ho capito cosa ci fa sotto casa mia, è per colpa sua che ho assistito all’incidente e sono sicura che se fossi io responsabile del ragazzo morto non vedrebbe l’ora di prendersi Damiano a casa e crescersi i miei figli, con me in carcere.

Bibliothèque nationale de France.
Due poliziotti si avvicinano al bidone, quello alto si infila dei guanti bianchi e prende il piede, lo mette in un sacco trasparente. Quello piccolo, col gesso, delimita lo spazio del piede sull’asfalto, poi entrambi si avvicinano al ragazzo. Il poliziotto alto appoggia il sacchetto vicino al corpo, mi accorgo che la testa è per metà staccata dal collo, l’orecchio sinistro è schiacciato e sporco di un umore bianchiccio che non può essere il cervello, anche se esce dal cranio maciullato. In cima alla testa c’è una specie di velo nero con sfumature marroni, qualche filo giallo, e solo dopo un po’ capisco che sono i capelli, capelli lunghi e biondi che il sangue e il midollo e il cervello mescolati e strisciati sul catrame hanno fatto diventare scuri. Mia suocera mi spinge in avanti con la zampa e mi fa segno di guardare.
Respiro, torno al corpo della donna che stanno cercando ancora di ricomporre all’interno della sagoma bianca tracciata sull’asfalto. Anche la bocca e il mento sono schiacciati, un grumo di sangue scuro e denso sembra completare la parte mancante del collo. Quella bicicletta accartocciata sembra la mia, ma non può essere, sarei dovuta saltare via lontano, dovrei essere nell’ambulanza, ora, non in prima fila allo spettacolo, con mia suocera accanto.
«Come mai io sono illesa?», chiedo all’uccello che non ha più niente di umano, pur essendo ancora mia suocera. «Ahc ahc» risponde il condor, ma non è proprio un condor, ora che la guardo meglio non è mai stata un condor, è un grifone, certo, come quelli che abbiamo visto questa estate sull’isola di Cres. Un avvoltoio. «Sciò, sciò», grido disperata, la spingo indietro e solo ora sento l’odore di carogna tutt’intorno. La sollevo a due mani, cerco di farla volare via, che non mangi i poveri pezzi del corpo, mi sollevo un po’ anche io, nello sforzo, a mezzo metro da terra.
«Va via, suocera, ti prego». Piango, appollaiata sul braccio del lampione spento. Non vedo più la suocera ma continuo a scacciarla con le mani.
Daniela Santoro è nata a Napoli ma vive e lavora a Treviso, dove insegna matematica e fisica in un liceo. Ha una compagna e tre figli, è stata a lungo attivista per i diritti civili. Negli ultimi anni, ha sviluppato dipendenza nei confronti dello zenzero e della scrittura. Suoi racconti sono apparsi su riviste online come Spazinclusi, Terranullius, Racconticon ed Enne2.
In copertina: Papier à motif répétitif, Jacquemart et Bénard (Paris), 1799. Bibliothèque nationale de France.
