Da quando è nata, abbiamo sempre abitato a Torino. Sempre nello stesso appartamento. Due stanze in San Salvario, al primo piano nobile di una casa di fine Ottocento, fatiscente quel tanto che basta per non attirare i ladri e per farmi affezionare da subito. L’alloggio lo avevano comprato i miei quando avevo iniziato l’università. Meglio investire sul mattone che buttare i soldi in un affitto, diceva papà.
Quando sono rimasta incinta, avevo trent’anni. Già lavoravo in Tribunale: ero e sono cancelliere, quell’omino silenzioso che batte sui tasti accanto al giudice durante i processi. Il posto era sicuro, ma lo stipendio non era alto, e la paura di non riuscire a pagare l’asilo nido a Caterina o altre spese impreviste mi aveva fatto desistere dal traslocare in qualcosa di più grande.
Del resto, ricordavo me stessa bambina dormire in un lettino di fortuna ai piedi del lettone di mamma e papà, in una mansarda piccola e soffocante: sono mai stata più spensierata? Mi sentivo come in un fortino, o in campeggio, dove ogni cosa aveva mille usi e tutto era a portata di mano. A volte, durante i lunghi viaggi in macchina con i miei, esclamavo: potremmo abitare qui. E progettavo nella mia testa sedili reclinabili, tavolini a scomparsa, e ovviamente un bagagliaio tutto per me e per le mie cose, che sarebbe stato la mia piccola stanzetta.
Casa nostra, oggi, è un po’ questo.
Non so come, ma il momento di andarsene non sembrava mai quello giusto, anche quando Caterina è stata più grande. E quando è stata abbastanza grande, e io le ho proposto di cercare un’altra casa, lei mi ha guardata e ha detto: perché, non stai più bene qui, mamma? Così siamo rimaste.
Aveva ragione lei: di spazio in più probabilmente non avremmo saputo che farcene. Mio padre diceva sempre che avrei potuto vivere su un pero secco: intendeva che non avevo bisogno di molto per essere contenta; era il suo modo per elogiarmi. Caterina è venuta su come me.
Quando è stato chiaro che dalla nostra prima casetta non ci saremmo più spostate, ho fatto qualche modifica: la cucina – che prima era quasi solo una zona di passaggio – ha finito con l’ospitare un letto camuffato in divano, una lampada a stelo e un tavolinetto basso. Il tutto incastrato tra la lavatrice, il frigorifero e la dispensa. Quello è diventato il mio angolo in modo da lasciare a mia figlia più spazio nella stanza grande, quella con il finestrone e tanta luce. Lei all’inizio protestava a vedermi relegata lì, ma io le ho detto che avevo bisogno di uno spazietto tutto per me, e così non l’ho più sentita banfare.
Caterina e io abbiamo sempre condotto una vita frugale, ma immagino che la frugalità non sia che la naturale conseguenza dell’abitare in una casetta come questa: non c’è molto da illuminare o da scaldare; inoltre, scarseggiando lo spazio, non abbiamo mai avuto la tentazione di comprare cose – dove le avremmo messe? L’unica eccezione erano i libri (io) e i dischi (lei), che intasavano i ripiani e si affastellavano lungo le pareti. E quando ancora guardo le pile di libri intorno a me, mi sento un po’ felice.
Viaggiavamo spesso, questo sì, ma non ci importava granché la meta, o dove dormivamo. L’anno scorso siamo state a Budapest, e per quattro giorni abbiamo vissuto a birra e girelle alla cannella cotte sulla brace comprate per strada.
Non sembra, ma a vivere così si mettono da parte un sacco di soldi, anche con un lavoro come il mio. Così, quando cinque anni fa ho visto il cartello sul portone del nostro palazzo – vendesi locale magazzino a piano terra – l’ho comprato senza pensarci un attimo, e senza dire nulla a Caterina. Ho chiesto ai muratori di non rivolgermi mai la parola mentre lo mettevano a posto – se avevano bisogno, che mi chiamassero al telefono. In quel modo, i lavori progredivano sotto il naso di mia figlia, senza che li riconducesse mai a me.
In meno settimane del previsto, la stanza è stata pronta. Ho lasciato il pavimento originale – delle vecchie piastrelle colorate e un po’ lise, che mi mettevano allegria – ma per il resto il magazzino era irriconoscibile: al posto del portoncino di metallo arrugginito c’era una portafinestra che dava luce all’ambiente; le pareti erano bianche, intonse, e una era ricoperta per l’intera lunghezza da una libreria di legno, ancora vuota. Non c’erano altri mobili. Volevo che Caterina potesse sceglierseli da sé, come io avrei voluto da ragazza.
Il giorno che l’ho portata a vedere il suo regalo – cliché di me che le copro gli occhi con la mano, la conduco giù per le scale tenendola per il braccio, e alla fine la libero, in un’esortazione a guardare –, mia figlia compiva quindici anni. Io quarantasei. Sulla navetta che dalla stazione della metro ci conduceva all’Ikea, alcune ore più tardi, lei continuava a ripetere non ci posso credere mamma, in un’esaltazione che mi ricordava me bambina la sera del ventiquattro. Prima, a casa, avevo bussato con la nocca su quelle pareti dipinte di fresco. Non ti ho ancora detto il meglio, le avevo sussurrato: l’ho fatta insonorizzare.
Mia figlia ha sempre amato cantare.

Ci sono quegli individui che nascono con una passione così, che fa parte di loro come l’istinto di respirare. Sempre c’è stata e sempre ci sarà, eppure non è riconducibile a niente: né all’ereditarietà né alle contingenze della vita.
Non ho mai fatto sentire musica a Caterina quando era nel pancione, né l’ho portata a concerti quand’era piccola. Sono sempre stata stonata; non ho mai avuto un particolare orecchio per la musica, né ascoltarla mi ha mai dato particolare gioia o sollievo. Non ho notizia di parenti con doti canore, neanche da parte di suo padre – almeno per quanto possa ricordare della fugace conoscenza intrapresa prima che mi regalasse, suo malgrado, quanto di più bello io abbia mai avuto.
Eppure, lei quasi ancora non sapeva parlare, e già canticchiava – io e solo io sono stata la prima inconsapevole spettatrice delle sue esibizioni, sillabe ordinate in sequenze senza senso. Al supermercato, seduta nel carrello, la vedevo aprirsi in un sorriso quando la radio suonava della musica. E quante volte premeva i tasti musicali della sua palestrina, ancora e ancora, fino a farmi diventare scema.
Da giovane, invidiavo chi aveva una passione del genere, perché era qualcosa che io non solo non avevo e non avrei mai avuto ma che neanche riuscivo a capire: niente che potessi fingere di possedere almeno nelle mie fantasie. Come ci si sente a ballare a costo di vedere i propri piedi sanguinare? A premere sull’acceleratore a costo di schiantarsi? A collezionare fallimenti, e ancora insistere, perché senti che è a quello che sei destinato? Poi è nata Caterina. È incredibile come diventare madre possa farti passare dall’invidiare il resto del mondo a non voler essere nessun altro.
Non avevamo la macchina, quindi abbiamo comprato i mobili un po’ per volta e li abbiamo trasportati in autobus. Di ogni scatola di cartone condotta sino a casa, Caterina reggeva il davanti, io il retro.
Quello è diventato il suo regno.
Era bello. A volte mi mettevo sul ballatoio, i gomiti appoggiati alla ringhiera, e stavo lì a guardare quel piccolo anfiteatro di case popolari; sbirciavo le finestre, immaginavo piccoli mondi al di là di esse. Se Caterina aveva lasciato socchiusa la portafinestra, avevo anche la mia colonna sonora.
Verso l’ora di cena la chiamavo dal ballatoio, lei allungava la testa e mi guardava da sotto in su. Hai fame? le chiedevo. Spariva di nuovo, e poco dopo la vedevo riemergere con in mano lo zainetto, che di solito conteneva almeno il lettore mp3, un libro e qualche spartito, come qualcuno che parta per un’escursione e si porti dietro l’essenziale. Cenavamo sedute sul lettone, di solito con un film o una serie, e lei si appoggiava contro di me.
La casa è sempre la stessa, la stanza nel cortile è sempre la stessa. Ma mi sembra diversa, adesso. Me ne sto qui, seduta sullo stesso lato del letto che occupavo quando mangiavamo insieme, il televisore acceso ma con il volume azzerato. In attesa. E so che non è possibile, ma vorrei che Caterina fosse qui con me, a godersi lo spettacolo.
Quando mi ha detto di volerci andare da sola, per un attimo mi sono sentita mia madre. Non sono stata una brava mamma? avrei voluto chiederle. Non con risentimento: con autentico panico.
Mi sono trattenuta appena in tempo. Mi sono ricordata che anche io volevo le mie avventure in solitaria. Dio, quanto avevo pianto di rabbia il giorno che mia madre aveva insistito – mi aveva obbligata – per accompagnarmi a vedere per la prima volta la mia università: ripenso a quell’odio ogni volta che rivedo i miei occhi rossi sul tesserino che ancora conservo in una scatola. Così, per evitare che il timore di diventare come mia madre evolvesse in una profezia che si autoavvera, sono rimasta zitta e l’ho abbracciata.
Parte la pubblicità, e comunque manca ancora almeno un’ora alla sua esibizione. Mi alzo, attraverso i pochi metri della casa e apro la porta. Anche se è febbraio l’aria è quasi primaverile, quella frescura che preannuncia bel tempo e che mi ricorda le mattine di giugno, da bambina, quando mi svegliavo presto presto perché erano iniziate le vacanze e, ehi, mica si può sprecare tutto questo tempo libero dormendo: aprivo la finestra della mia stanza, il freddo che filtrava tra le fessure del legno, e saltavo e ballavo sulle righe pallide che il sole disegnava sulle piastrelle. Ora ho cinquant’anni, e da almeno trentaquattro non mi sento più così il primo giorno di vacanza.
Esco sul ballatoio, guardo giù, verso la portafinestra buia. Vorrei scendere ad accendere almeno la luce, ma mi sento stupida anche solo ad averlo pensato.
Non mi sono mai sentita così felice e così sola tutto in una volta.
Miryam Bianco è nata ad Alba nel 1990, ha vissuto nelle Langhe e scorrazzato per le sue vigne fino all’università, quando si è trasferita a Torino. Laureata in Giurisprudenza senza sapere realmente il perché, è diventata cancelliere. Trascorre le sue giornate in udienza, a ticchettare sui tasti mentre davanti a sé la natura umana si rivela nei suoi lati più banali e in quelli più sconcertanti. E prende nota.
In copertina: Papier à motif répétitif, Jacquemart et Bénard (Paris), 1799. Bibliothèque nationale de France.
