In quel periodo ero preoccupato, perché mamma aveva preso a rifiutare tutto ciò che non fosse burro d’arachidi e mio fratello stava diventando scemo con la preparazione per il quiz televisivo. Il babbo ci mandava delle bellissime cartoline e si ricordava ancora i nostri nomi. Il che non era scontato. Un mio amico aveva un babbo che non gli mandava mai cartoline. Un paio di volte gli aveva scritto giusto una letterina di quattro righe messe in croce, in cui non l’aveva mai nominato. Quelle lettere poteva averle scritte chiunque e, secondo mio fratello, in effetti erano opera della madre. Mio fratello diceva che quegli scritti erano appositamente generici, ricchi di vaghi piani per il futuro, perché in questo modo la mamma del mio amico si sentiva meno in colpa per l’imbroglio. Se invece sua mamma avesse parlato, in quelle lettere, espressamente del mio amico, calcando la mano sul fatto di essere proprio il suo papà, sarebbe stato un doppio tradimento. Mio fratello diceva che, probabilmente, la madre del mio amico non era capace di spingersi a un tale livello di disumanizzazione (lui utilizzava di frequente i termini che aveva appreso rileggendo più volte riviste scientifiche e trattati di sociologia, così da fissarseli bene in mente), mentre secondo me mio fratello si sbagliava. Io ero convinto che l’autore fosse il padre, ed era lui a sentirsi troppo in colpa per riuscire a scrivere lettere come Dio comanda. Questo spiegava anche perché il mio amico avesse ricevuto solo due lettere. Suo padre doveva aver lasciato perdere, o magari era morto di crepacuore. Ad ogni modo, il mio amico non sapeva nulla della diatriba sorta tra me e mio fratello e non era nemmeno importante che lo sapesse, visto che non è questo il punto della storia. O non solo.

Mio fratello non comprendeva a pieno la mia preoccupazione, perché secondo lui quella della mamma era soltanto una fase e non ci trovavamo in una sequenza da brivido tipo Requiem for a dream, un film che io e lui avevamo guardato due o tre volte qualche mese prima e che, da allora, utilizzavamo come metro di paragone per riferirci a questioni connotate da una tristezza straziante. La verità è che nelle due o tre volte in cui avevamo guardato il film mi ero sentito così pieno di una tristezza senza fondo che avevo finito per addormentarmi, stando ben attento a non russare. Mio fratello non si era accorto di nulla e per fortuna non parlavamo mai di Requiem for a dream come film a sé stante; non ci saremmo mai sognati di analizzare la trama o l’interpretazione dei personaggi o l’acutezza dei dialoghi, come invece eravamo soliti fare all’epoca con altri film, quando studiavamo una pellicola per la Preparazione Speciale di mio fratello. Usavamo Requiem for a dream solo come pietra su cui piantare i chiodi della nostra sofferenza. Era un espediente per non chiamare le cose con il loro vero nome. Un esempio di questo modo di parlare può essere questo. Mio fratello aveva scoperto che avevo utilizzato certe pastiglie della mamma a scopo non proprio terapeutico. Il fatto è che avevo organizzato una festa di compleanno ed ero così nervoso che, qualche ora prima del ritrovo, giù al parco dietro il supermercato (un tempo lì c’era un Lidl, ora ci hanno messo un monolite così luminoso da ricordare vagamente un’astronave, epperò non ricordo di che catena faccia parte: non bazzico più quella zona della città), mi ero dato da fare con il mio kit da piccolo chimico. Quello che, all’epoca, tenevo sotto il mio letto cigolante, impacchettato per bene dentro una scatola della Nike. La cosa buffa è che poi quel giorno aveva piovuto così tanto che avevo dovuto cancellare la festa e starmene a casa. Per quel motivo mio fratello si era accorto di ciò che avevo fatto. Mi aveva preso per le spalle, mi aveva sbattuto contro il muro e mi aveva fissato nelle pupille: sembrava Clint Eastwood in uno qualunque di quei suoi film in cui interpreta qualcuno di molto incacchiato. Poi mi aveva urlato che stavo facendo cazzate su cazzate e che se avessi continuato a comportarmi così, saremmo presto finiti in una cazzo di situazione alla Requiem for a dream. Ecco il modo in cui ci riferivamo a quel film. Per noi era così straziante, da essere un metro di paragone.

Ma le rassicurazioni di mio fratello sulle condizioni della mamma non mi tranquillizzavano. Mio fratello non viveva praticamente più con noi. Tornava solo per il fine settimana e, anche quando era a casa, passava gran parte del suo tempo a leggere grossi libri o a guardare documentari o a vagare per la sua stanza a occhi chiusi, ripetendo a bassa voce nozioni importanti. Diceva che era nella fase dell’assorbimento. A me faceva pensare alla pianta che un altro mio amico stava coltivando in segreto nell’armadio della sua camera, e che doveva starsene chiusa lì dentro ad assorbire raggi di una luce rinforzata finché fosse stata pronta. Mio fratello, anche lui si preparava per essere pronto. Penso che lui fosse così assorbito (soprattutto dopo la notizia che aveva passato le selezioni del quiz), che il suo mondo si era compresso in un punto ben preciso, da cui non riusciva a distrarsi, come quando il medico dice che deve amputare un dito e ci mette un elastico strettissimo alla base, e tutto il sangue si concentra in quel dito e il resto della mano diventa più bianco. Allo stesso modo, per mio fratello, il mondo era solo quel concentrato di informazioni fondamentali, mentre tutto il resto erano distrazioni o, peggio, elementi che non si intrecciavano nemmeno per errore con la sua visione della realtà. Non so se la teoria dell’indeterminatezza di Heisenberg sia calzante per rappresentare ciò che intendo, però si può dire che mio fratello non riuscisse a cogliere tutto ciò che ruotava intorno al suo personalissimo spicchio di mondo, perché era davvero troppo concentrato su quello specifico spicchio di mondo. Come quando fissi un punto preciso, finché ti lacrimano gli occhi, e tutto il resto si sfoca. Un’altra parola che mi viene in mente è solipsismo. Ne ho imparate, di parole strambe, in quel periodo.

Ricordo che mio fratello ogni tot ore si staccava dai suoi affari, veniva nella stanza in cui sedevamo io e mamma, le dava un bacio sulla fronte e poi si metteva a cazzeggiare un po’ con me. Ma si vedeva che pensava ad altro. Anche quando parlavamo di come andassero le cose, di calcio e di altri passatempi, la sua faccia era tirata. Stava lì con noi per un po’ e poi tornava in camera sua. Gli unici momenti di vera condivisione familiare, in quel periodo, erano proprio quelli in cui guardavamo un film must watch o quando la tele trasmetteva il quiz a cui avrebbe preso parte mio fratello, di lì a poco. Allora ce ne stavamo tutti e tre assieme, in salotto, mamma sul divano e io e mio fratello sulle poltrone. Anche mamma, che non era mai stata una fan dei programmi a premi, sembrava piuttosto appassionata. Credo fosse il suo modo di mostrare affetto al mio fratellone. Poi la domenica sera mio fratello faceva la valigia e partiva. Io capivo che frequentare l’università e allo stesso tempo prepararsi per il quiz televisivo rappresentasse un bell’impegno, però mi mancava un po’ averlo per casa. Mio fratello diceva sempre che, se avesse vinto un po’ di soldi in tv, ci saremmo sistemati per sempre. Ok, rispondevo io, va bene. Ma, se devo dirla tutta, intanto ero io quello che rimaneva a casa a occuparsi di mamma.

© Luca Brunetti

Mamma. Non ricordo di preciso quando aveva iniziato a rifiutare ogni tipo di cibo che non ricordasse qualcosa saltato fuori dalla tv. Ma nemmeno dalla tv: da qualche trasmissione americana. Film, telefilm e via dicendo. Per qualche strana ragione, era come se nel suo cervello le regole della buona cucina fossero state sostituite da varie declinazioni di fritto. Credo che tutto sia cominciato con gli hamburger. Forse, possiamo collocare questo disagio a qualche settimana dopo la prima volta in cui io e mio fratello avevamo guardato Requiem for a dream. Avevo notato che mamma mi chiedeva con sempre maggior frequenza cosa desiderassi per pranzo, o per cena. Prima di allora non era mai stato così. Si era sempre occupata lei di decisioni del genere. Il che aveva anche i suoi aspetti negativi, come la volta in cui, per una settimana, si era incaponita nel cucinare l’omelette perfetta, e io mi ero dovuto sorbire una quantità di uova da far schizzare alle stelle l’indice del colesterolo di tutto il vicinato. Invece, di punto in bianco, mamma non sapeva più cosa cucinare. Fui io a suggerire di mangiarci un buon hamburger all’americana, di quelli con il bacon croccante, la lattuga e una fetta di pomodoro. Studiando cultura generale con mio fratello, ci eravamo imbattuti in un articolo secondo cui quella preparazione fosse il mix perfetto di proteine, carboidrati e grassi. A leggere quell’articolo, si sarebbe detto che il Big Mac fosse una specie di elisir di lunga vita. Così mamma aveva preparato due hamburger succulenti, che non avrebbero sfigurato in una pubblicità del MacDonald’s. Brava mamma, le avevo detto, proprio buoni. Lei aveva sorriso. Il giorno dopo, aveva riproposto lo stesso tipo di cena. Idem la sera successiva. Ecco com’è cominciata la faccenda degli hamburger. Prima di iniziare a preoccuparmi per la situazione, avevo messo su cinque chili, tra manzo, marshmallow, patatine fritte e dolci al burro d’arachidi. Mio fratello, lui non si era accorto di niente, ma lui quando era a casa si rifiutava di mangiare americanate. Diceva che per la sua preparazione speciale aveva bisogno di vitamine e sali minerali, così mangiava per lo più verdura e frutta. Mamma lo guardava come fosse un estraneo. Diceva cose come A tuo fratello piace quello che cucino. Poi si stringeva nelle spalle. Questo per dire che da un lato c’era mio fratello, dichiaratamente teso verso l’espansione della sua conoscenza, dall’altro c’era mamma, piantata sul sofà del soggiorno, la cui percezione si stava restringendo, implodendo nell’ossessione per una cultura che non era la sua.

Poi, come un fiume che d’estate si assottiglia per il gran caldo o per una frana che ne ostruisce il corso, anche la verve di mamma si era inceppata e la seppur minima fantasia culinaria che le permetteva di variare almeno un po’ i menu si era ridotta all’osso, e mamma aveva iniziato a preparare sempre la stessa bistecca al burro d’arachidi. Credo che in quel periodo abbiamo mangiato la stessa quantità di burro d’arachidi che avrei potuto consumare in una vita intera. Mamma e il suo burro d’arachidi. Ma, per il mio fratellone, quella di mamma non era un’ossessione e non avevamo di che preoccuparci. In quel periodo mio fratello aveva sempre gli occhi arrossati e se capitava di chiamarlo mentre era assorto nelle sue letture, schizzava sul divano come se gli avessero scoppiato un petardo sotto il culo. Bam!, e scattava e ti guardava e tu non potevi far altro che dirgli Scusami.
Devo ammettere che non ho grossi ricordi dei giorni che precedettero l’apparizione televisiva di mio fratello. La sua partecipazione al quiz. Credo che tutto quel colesterolo mi avesse fatto sprofondare in uno stato di dormiveglia perenne. Mi sentivo dentro una bolla. Ero sveglio e poi all’improvviso stavo sognando, o facendo riflessioni su cose di cui non sapevo di essere a conoscenza. A volte mi veniva il dubbio che mamma infarcisse il burro d’arachidi con le sue pilloline speciali, e quando ci pensavo non potevo far altro che ridacchiare tra me e me, sprofondando sempre di più nella poltrona e in me stesso. Ma non è di me che si parla, qui.

La sera della puntata io e mamma ci eravamo piazzati in salotto e avevamo spento le luci come se fossimo in un cinema, anche se in realtà erano solo le sette. Non vedevamo mio fratello da quasi un mese, perché lui aveva insistito per restarsene sigillato nel suo appartamento striminzito di città per continuare ad assorbire indisturbato tutte le informazioni di cui aveva bisogno. Quando lo sentivo al telefono, per scherzare gli dicevo che quella in cui si era cacciato era proprio una situazione alla Beautiful mind, un altro film che avevamo guardato assieme e che ci era piaciuto, ma mio fratello si limitava a fare un certo rumore con la gola senza aggiungere nulla, così dopo un po’ avevo smesso con quella battuta.
La sera della puntata mamma aveva preparato i popcorn in una variante al burro d’arachidi. Nonostante fossi stufo di quel sapore, devo dire che i popcorn erano buoni.
«Eccolo, è lui!», aveva detto mamma, quando la telecamera aveva inquadrato mio fratello. Era indiscutibilmente lui, tutto elegante e ben pettinato, eppure aveva lo stesso sguardo che veniva a me le volte in cui prendevo le pillole di mamma.
Per un po’ mio fratello se l’era cavata bene, anche se non era riuscito a rispondere con brillantezza alle battute del conduttore. Strano, perché mio fratello è sempre stato un tipo con una lingua tagliente. Ma anche se non era stato proprio scintillante, il mio fratellone era riuscito a barcamenarsi sotto tutti quei faretti di luce rinforzata, accumulando un bel bottino, ed era arrivato a giocarsi la possibilità di vincere il premio contro una ragazza molto bella, i cui capelli erano di quel genere di biondo tipo bagnina californiana (o dell’idea che avevo all’epoca delle bagnine californiane). Ammetto che ho guardato più che altro la bagnina e un po’ me ne vergogno. Mamma, invece, era protesa verso la TV. Se ne stava con i piedi mezzi fuori dalle pantofole, i gomiti sulle ginocchia, il naso a sfiorare lo schermo.

Dopo quella puntata, mamma smise di preparare il burro d’arachidi e la situazione familiare migliorò. Più in generale, ci diede un taglio con la mania delle americanate e ricominciò a cucinare menu più salutari. Il che non fu necessariamente un bene, perché in seguito ebbe anche un Periodo blu, in cui si mise a preparare solo pietanze caratterizzate da quello specifico colore. Fortunatamente, durò solo un mese.
Arrivato in finale, ero sicuro che mio fratello avrebbe vinto il malloppo. Purtroppo, una grande verità che ho imparato in quell’occasione è che certe cose succedono solo nei film, nei quiz televisivi o nei ricordi. Questo per dire che, tra le sette domande a cui mio fratello avrebbe dovuto rispondere per vincere il premio, ce n’era una su Requiem for a dream. Ecco come ho scoperto il finale di quel film. C’era anche una domanda sulla preparazione del burro d’arachidi. Mio fratello, lui, a quella domanda non ha saputo rispondere. Mamma ci rimase così male che prese i nostri popcorn e li gettò nel bidone dell’immondizia.

A proposito, in seguito sarebbe venuto fuori che avevo ragione circa la teoria delle presunte lettere che il presunto padre aveva inviato al mio amico. Dopo qualche tempo suo papà era tornato a casa, dicendo che non ce la faceva più e che era stato uno stronzo e che aveva il crepacuore e che ogni volta che aveva provato a scrivere una lettera al figlio, gli spuntavano lacrime così grosse che doveva tagliare corto.
Quando ciò accadde, io dissi al mio amico che ero contento per lui, e che sapevo che non era stata sua madre a fingersi suo padre mandandogli quelle letterine. Lui mi guardò e fece come per aggiungere qualcosa, ma poi rimase in silenzio. Mi diede una pacca sulla spalla e mi disse che ci saremmo visti per una partita a calcetto il giorno successivo. Gli dissi okay, lui sorrise e io me ne tornai a casa.
Mio padre continuò a mandare cartoline bellissime. Mio fratello si laureò. Mamma, lei, cucinò un mucchio di prelibatezze salutari e in generale le cose andarono per il meglio, per così dire. Tutto è bene quel che finisce bene, peccato solo per i soldi.


Matteo Quaglia è nato nel 1988 in un piccolo paese del Nord Est d’Italia. Appassionato di libri fin da bambino, acquista periodicamente nuovi scaffali su cui appoggiare la sua passione. Nel corso degli anni, ha scritto diversi racconti brevi. Nell’estate del 2020, per mettere i puntini sulle i a un anno già di per sé sui generis, ha iniziato a spedire i suoi racconti a riviste di settore. Alcuni di essi sono stati pubblicati, o saranno pubblicati, su Nazione Indiana, Risme, ROA, Narrandom, Pastrengo e Altri Animali. Attualmente, sta lavorando a un romanzo.